Attesa e grazia in Nick Drake

Attesa e grazia in Nick Drake

Mentre cerco di scrivere qualcosa di possibilmente sensato su Nick Drake, sto ascoltando Things behind the sun, sesta traccia di Pink Moon, terzo album rilasciato da Drake e nel frattempo mi chiedo: perché scrivere qualcosa su Nick Drake? A chi potrebbe interessare ciò che penso\comprendo\ammiro della sua musica e dei suoi testi? Ma soprattutto: perché avverto una sorta di idiosincrasia per la divulgazione di un cantautore che ascolto da quando avevo sedici anni? Forse perché nutro una gelosa forma di attaccamento e concepisco la mia ammirazione in modo esclusivo? Forse perché nella mia elefantiaca immodestia non voglio che la musica di Drake finisca in pasto a distorsioni ideologiche\interpretazioni banali? Di sicuro questi sono solo alcuni dei motivi, però non esauriscono il problema. Ma andiamo avanti.
609779520_1280x720Il suo nome per intero è Nicholas Rodney Drake, semplicemente Nick per gli amici, i familiari e tutti coloro che non appartengono all’ufficio anagrafe dove nel 1948 viene registrata la sua nascita, avvenuta il 19 giugno a Yangon, Birmania, dove suo padre Rodney si era trasferito per lavoro insieme a tutta la famiglia. Alcuni anni più tardi ritorna in Inghilterra, a Tanworth-in-Arden, Warwickshire, per frequentare il Fitzwilliam College dell’Università di Cambridge, dove studia letteratura inglese. Notizia quest’ultima da cardiopalmo per qualunque giovane studente o appassionato (o tutt’e due) di letteratura. 
Mutua la passione per la musica da sua madre Molly, iniziando a suonare la chitarra negli anni ’60 e durante il periodo universitario si esibisce con i Fairport Convention, band folk-rock inglese, il cui frontman, Ashley Hutchings, nel 1968 gli procura un’audizione con il produttore discografico Joe Boyd. Il primo risultato di questa collaborazione è Five Leaves Left, primo album di Drake, accolto da critica e pubblico allo stesso modo in cui un intollerante al lattosio può accogliere una mozzarella servita a tavola. Per superare questa situazione di stallo, Boyd propone e prepara un tour in giro per l’Inghilterra che non sortisce effetti, sia per il carattere notoriamente timido e introverso di ND –esattamente l’opposto di ciò che definiremmo “animale da palcoscenico” – che per questioni tecniche (ogni canzone prevede l’uso di una accordatura diversa, operazione che richiede tempo, tempo non a disposizione di fronte ad un pubblico da intrattenere). Alla fine del tour fa ritorno a casa dei genitori e qui iniziano a manifestarsi i primi sintomi di quella depressione che è parte della sua malinconica bellezza.

Nel 1971 pubblica per Island Records il suo secondo album, Bryter Layter, alterazione morfologica del gergo meteorologico “brighter, later” cioè “più tardi, schiarite”. Molto diverso dal primo, qui ND amplia la gamma degli strumenti utilizzati e si avvale della collaborazione di altri musicisti tra cui Dave Pegg e Dave Mattacks. Il risultato è un album più esuberante e vivace, dotato di riferimenti jazz e di una ricorrente atmosfera orchestrale, ma nonostante le novità introdotte, Bryter Layter viene sostalziamente ignorato. 
L’ultimo album, Pink Moon – siamo nel 1972 – viene registrato in brevissimo tempo ed ha una durata record (per brevità) di 28 minuti e 22 secondi. Le canzoni vengono incise quasi tutte alla prima registrazione, con Drake che canta e suona contemporaneamente.
Nel febbraio 1974 registra le ultime quattro canzoni e nel luglio seguente forse l’ultima in assoluto, Tow the line, canzoni che confluiranno nell’album postumo Time of No Reply (1986), contenente anche versioni alternative di brani precedenti. 
Il 25 novembre dello stesso anno, nella casa dei genitori, ad appena 26 anni, ND viene ritrovato morto per un’overdose di amitriptilina, un farmaco antidepressivo mentre nella stanza risuonano ancora i Concerti brandeburghesi di Bach e sul comodino giace una copia del Mito di Sisifo di Albert Camus.

Nick_Drake_(1971)Nonostante le ipotesi di suicidio sembrino variamente plausibili, assumo una posizione scettica al riguardo: c’erano in quella casa altri medicinali (barbiturici) ben più potenti e indolori con cui suicidarsi; inoltre non furono ritrovati biglietti di addio o spiegazione e, infine, bisogna dar credito a quanto detto da Gabrielle Drake, sorella di Nick, in un documentario intitolato A skin too few: “Non credo che Nick volesse uccidersi, credo che le cose siano andate più o meno così: Nick ha vuotato la boccetta di pillole nella sua mano e se le è messe in bocca dicendo a se stesso: «al diavolo, se muoio pace, se non muoio da domani sarà tutto diverso»”. Ritornando alla mia iniziale idiosincrasia divulgativa, forse l’unica spiegazione possibile è che vorrei preservare ND da schemi\etichette e dai tentativi di trasformarlo in un guru o un’icona, e cioè in una astrazione. E le astrazioni, si sa, non comunicano con la nostra vita e se lo fanno, ciò accade in un modo irreale e illusorio. A questo punto, dunque, dovrei spiegare cosa e come un cantautore nato 67 anni fa, riesca ancora a comunicare qualcosa di significativo e profondo.

“Speri di riuscire a trovare nuovi modi/ per estinguere la tua sete?/ Allora prova ad essere vero” (Hazey Jane, BL). La vera arte, anche quella di ND, parte da un bisogno di aprirsi a livello spirituale ed emotivo e dal tentativo di essere veri, per cui si scopre di avere sete, di essere intimamente abitati da un bisogno che cerca la sua risposta. Proprio questa ricerca dà l’abbrivio ad ogni forma di arte che comunichi qualcosa di significativo e riesca a raggiungere il cuore del fruitore nel profondo.
“Sono nato per salpare lontano/ verso una terra di « per sempre»,/ non per essere legato ad una vecchia tomba/ nella vostra terra di « mai»./ Sono nato per amare la magia,/ per conoscere tutta la sua meraviglia./ Ma voi tutti avete perduto quella magia/ tanti tanti anni fa” (I was made to love magic, ToNR). Ecco il primo risvolto problematico: come non dimenticare e smarrire questa magia, lo stupore del per sempre? Perché è così facile seppellire la propria vita sotto una gelida pietra tombale, basta un piccolo dubbio: che non esista un compimento per questo bisogno eterno, soddisfazione per questa sete pressante. La parola che denota la dimissione dalla speranza e dalla ricerca è “illusione”. Forse perché le circostanze sono spesso dolorose e sconfortanti o forse perché semplicemente ci stanchiamo di aspettare. Poi, attendere chi/cosa? L’indeterminatezza, almeno inizialmente, inibisce la speranza.

“Mi guarderò attorno/ sperando di trovare/ quello strano sogno della giovinezza/ ormai svanito” si legge in Strange meeting II, (ToNR) in cui si parla di “sogni dimenticati”, “spiagge perdute” e di una principessa ormai lontana di cui non rimane traccia alcuna. Il sogno qui è diventato strano, non più visceralmente familiare ma estraneo. Si smette quindi di sperare. Una delle canzoni più tormentate e pungenti di ND è Day is done (FLL). “Quando il giorno è passato” cosa resta? “Quando la partita è stata giocata”, “quando la festa è conclusa,/ sembra davvero triste per te/ non aver fatto le cose che volevi/ e ora non c’è più tempo per ricominciare”, “quando l’uccello è volato via/ non hai nessuno a farti compagnia,/ non hai nessun posto che puoi chiamare casa”, parole che fanno il paio con quanto affermato in Place to be (PM): “Quando ero giovane, più giovane di quanto fossi mai stato,/ non ho mai visto la verità appesa alla porta./ E adesso che sono più vecchio, la vedo faccia a faccia,/ e adesso che sono più vecchio devo alzarmi a pulire il posto”.

È una verità ineludibile: tutto passa col tempo, a causa della caducità e della finitudine, e quindi bisogna sbrigarsi, non perdere tempo con le illusioni e ripulire la vita di tutto ciò che sembra oramai un terribile inganno. Qui si esprime il primo groviglio di inestricabile complessità e drammaticità: la magia per cui siamo fatti, la bellezza di cui siamo assetati ed i sogni della giovinezza si frantumano, volano via al vento come fragili foglie secche d’autunno, immagine ricorrente nella simbologia di ND [non a caso il primo album si intitola Five Leaves Left (Cinque foglie rimaste) proprio a indicare la pochezza dei residui della giovinezza].
 Ma il desiderio di trovare la terra del per sempre, di immergersi nella magia del quotidiano, di trovare risposta a quella sete non è un’idea ondeggiante/pendolare o un ghiribizzo adolescenziale: l’anelito verso ciò che non passa, non decade e non muore è impresso, stampato come un sigillo nella nostra stessa carne, tutto il nostro corpo desidera l’eterno. Ecco perché la canzone di apertura dell’album postumo, Time of No Reply, che dà il titolo all’intera raccolta, inizia affermando che “il tempo senza risposta mi dice di restare”.

La decisione di restare può essere sinteticamente definita perseveranza o costanza, quella costanza che è una pazienza d’amore, e cioè restare al proprio posto anche quando si dovrebbe/vorrebbe fuggire e abbandonare ogni cosa. Forse è questa una delle virtù fondamentali da ricercare: noi uomini condividiamo lo stesso tessuto spirituale e cerchiamo risposte alle nostre domande cogenti, ma non tutti siamo in grado di pazientare amorevolmente, perché questa disponibilità richiede un’apertura incondizionata e soprattutto il coraggio (la non-paura) di essere totalmente indifesi, di lasciarsi colpire alle spalle – quasi a tradimento – nel nostro punto più debole, perché la gioia si offre a noi silenziosamente, senza annunci pubblicitari e diversamente da come avevamo immaginato. “Joey verrà quando è davvero tempo di andare/ e potrai sorridere scoprendo di esserti sbagliato,/ pensavi di averla trovata ma lei ti ha sempre conosciuto” (Joey, ToNR). Sottolineo due intuizioni: 1. Joey è foneticamente simile a “joy”, gioia, a significare che la vera gioia è come una bella passante (baudelairianamente intesa) che passeggia per le strade che noi stessi calchiamo ed ha carne, sangue, un corpo, ed è tangibile/palpabile; 2. la gioia arriva proprio quando stavamo per andare via, avendo smesso di sperare.

Da qui scaturisce un cambiamento rilevante: attendere qualcosa che già occhieggia tra le pieghe dell’esistenza è infatti diverso da aspettare qualcosa di vago e indefinito. In Way to blue (FLL) l’appello è rivolto chiaramente ad un interlocutore: “Hai mai sentito parlare di una strada per trovare il sole?/ Dimmi tutto quello che potresti sapere,/ mostrami quello che hai da mostrare./ Non verrai a dirmelo,/ se conosci la strada verso l’azzurro?”. E ancora, sempre in Way to blue, in una strofa di memorabile bellezza poetica ND scrive: “Guarda attraverso il tempo e trova la tua rima/ e dicci quello che scopri./ Noi aspetteremo alla tua porta/ sperando come ciechi”. Trovare la nostra rima, cioè, attraverso il tempo e la pazienza, quell’istante in cui la nostra vita corrisponde (fa rima, appunto) alla nostra speranza più profonda (cieca). In ‘Cello song (FLL) si dice: “Per i sogni che hai fatto quando, così giovane,/ ti hanno raccontato di una vita/ in cui è scoppiata la primavera”. E in attesa che la vita fiorisca, esploda nella sua ora più felice, “Io non farò altro che sedermi e aspettare/ e canterò il mio canto/ e se tu un giorno dovessi vedermi tra la folla,/ tendimi una mano”. Come detto prima, qui c’è qualcuno da aspettare che già viene riconosciuto, ecco perché non si può più parlare di illusione.


Questa certezza si dischiude in una canzone-preghiera, Fly (BL): “Ti prego, concedimi una seconda grazia/ ti prego, donami un’altra faccia./ Sono caduto così distante,/ la prima volta che ci ho provato,/ e ora siedo per terra sulla tua via”. È una supplica, un’invocazione, la richiesta di una nuova grazia, di un nuovo volto per poter guardare la vita in modo innocente e rinnovato. Così la scrittura di ND si converte in un inno di lode/ringraziamento, un’espressione commovente e delicata della gratitudine per quanto quotidianamente donato, come si dice in Things behind the sun (PM): “Libera gli inni che nascondi in te/ e troverai riconoscimento […]”.

Un inno di inarrivabile splendore è Northern sky (BL), culmine della ricerca esistenziale e assieme musicale di ND: “Non mi sono mai sentito così magicamente folle/ non ho mai visto lune, capito il senso del mare/ non ho mai tenuto un’emozione nel palmo della mano/ o sentito soffici brezze in cima agli alberi,/ ma ora tu sei qui/ ad illuminare il mio cielo del Nord.// È da tanto tempo che sto aspettando/ così tanto che sono sfinito/ così tanto tempo che sto vagando/ tra la gente che ho conosciuto./ Oh, se tu potessi e volessi/ aprire una nuova visione per la mia mente.// Mi amerai per i miei soldi?/ Mi amerai per la mia mente?/ Mi amerai per tutto il lungo inverno?/ Mi amerai fino a quando morirò?/ Oh, se tu potessi e volessi/ suonare forte il tuo richiamo”. Se pensiamo che la canzone di apertura (I was made to love magic) inizia con “sono nato per non amare nessuno/ e per non essere amato da nessuno”, allora ci accorgiamo che la grazia è una presenza concreta che irrompe discretamente e ci raggiunge solo se sappiamo attenderla pazientemente.


L’ultima canzone (molto probabilmente) incisa da ND è Tow the line (ToNR), in cui si dice che “Questo tempo è il tempo che abbiamo aspettato a lungo”, parole che si ricollegano a quanto affermato in Time has told me (FLL): “Il tempo mi ha detto/ di non chiedere di più/ perché un giorno il nostro oceano/ troverà la sua riva”. Si tratta dunque della sicurezza – consolidata dalla grazia – nella possibilità di essere pienamente felici, dilatati da una gioia che (sempre in Time has told me) assume i tratti di “un’anima senza impronte”, un’anima di carne e sangue che camminando non lascia impronte, leggera, che non fa rumore, che non è invadente ma discreta, che ha la stessa consistenza – dimessa, silenziosa – di una brezza sottile, un venticello gradito solo in tempi d’arsura.

INTERPOLAZIONE
Esistono persone eccezionali. Per alcune l’eccezionalità è grossomodo acquisita e si manifesta per esempio nel voler bene in modo davvero disinteressato e senza calcolo, nell’amare senza desiderio di tornaconto, nel lavorare meglio di altri e instancabilmente (nell’essere stacanovista, in sintesi) o nell’insegnare a scuola la propria materia senza annoiare a morte tutti quanti o che so io. 
Esiste però un’altra forma di eccezionalità che ha a che fare con il genio e la grazia ed è essenzialmente un dono. E, ammettiamolo, questo secondo tipo ci attira ed entusiasma maggiormente proprio per la sua natura misteriosa e quasi magica.

Uno di questi esseri toccati dalla grazia è Nick Drake.
 Mi riferisco a quei pochi esseri fatti di materia ma anche di luce, che si affrancano dalla normalità e rendono manifesto Dio nell’uomo in modo inspiegabile e che permettono a noi, comuni mortali, di trascendere tale normalità meramente/puramente fisica. Ecco perché la voce registrata e microfonica di ND è più comunicativa – per me, è sottinteso – di quella naturale e non-microfonica del vicino di casa. Come mai? La risposta è semplice e complessa ad un tempo perché chiama in causa il mistero e la metafisica. Esistono persone particolarmente graziate, non solo toccate ma invase dalla grazia, testimoni del divino. Considero ND in questo particolare computo. Non troverete, infatti, alcun cantautore simile a lui pur facendo le pulci alla storia della musica.
Ciò che ci accade quando osserviamo un essere-quasi-angelico come ND in azione è riassumibile in [almeno (i soli che sono riuscito a richiamare alla memoria)] sei punti: 1. Incredulità/intontimento; 2. Ritorno alla normalità; 3. Coscienza della nostra limitatezza al confronto; 4. Eppure nessuna invidia; 5. Anzi, ammirazione e gratitudine; 6. Ispirazione.
Proprio su quest’ultimo punto vorrei soffermarmi.

I Grandi autori ci ispirano, forse condividendo con noi – spettatori di tale spettacolo – un barlume, un semplice accenno della loro inarrivabile grazia e così diventano per noi modelli, guide, esempi e noi – consci della nostra piccolezza – siamo ben disposti a seguirli. Essi ci sottraggono ad una sorta di epicureismo tanto latente quanto diffuso (provare più piacere e meno dolore possibile) e ci restituiscono ad una dimensione esistenziale ed esperienziale spesa per ciò che davvero conta. I Ga, in altri termini, ci comunicano fondamentalmente quali sono i valori per cui conviene vivere. In ultima analisi, il dono che ci elargiscono (forse per ricompensa del dislivello tra Noi e Loro) è la possibilità e quindi la capacità di interrogarsi su cosa significhi e come si possa essere una vera persona umana. I Ga ci umanizzano e ci permettono di soffondere la nostra vita di valori e principi piuttosto che di lotta per la sopravvivenza e istinto di autoconservazione.

Concludo con una riflessione che nasce considerando un dato biografico del nostro Ga: ND era depresso. Qui – considerato quanto detto sopra – sorge una domanda lecita: come è possibile che una persona del genere, inconsapevole latore della grazia, non riconosca la stessa grazia di cui è istanziazione e tramite? E perché noi semplici e comuni spettatori, al contrario, riusciamo a riconoscere questa natura esentata, almeno in parte, dalla finitudine? È una questione tragica e paradossale nella sua complessità multivelata. L’inconsapevolezza dei Ga riguardo ai loro stessi doni è forse necessaria; potrebbe essere che la grazia sia incapace non solo di riconoscere ma anche di osservare sé stessa, e che noi Comuni mortali, privi e bisognosi di questi doni, siamo capaci di ammirarli e individuarli. Mentre coloro che incarnano, praticano e manifestano il genio e la grazia, è forse necessario che siano ciechi e sordi al riguardo. Forse perché la cecità è non solo una condizione indispensabile ma addirittura l’essenza della loro grazia.

Nicola Continisio

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