“Beati loro”, diciamo ai bambini. Ma cosa significa davvero?

“Beati loro”, diciamo ai bambini. Ma cosa significa davvero?

Davide Rondoni, poeta, nel corso di un recente incontro a Matera ha svelato un falso mito.“Tutti dicono che per i giovani è importante leggere tanto. Non è vero. Non è importante leggere e basta, è importante trovare gli autori giusti”. Ma chi è l’autore giusto? La parola autore deriva dal verbo latino “augeo”. E’ chi, letteralmente, ti “fa aumentare”, ti aiuta a crescere. Ci ho ripensato rileggendo una paginetta del capolavoro di Antoine de Saint-Exupery il Piccolo Principe. “Paginetta”: la chiamo così perché quasi si nasconde rispetto a pagine più note, piccola come un seme eppure “fecondissima”. E’ l’incontro tra il protagonista e il controllore.


Dal Piccolo Principe:

“Hanno tutti fretta” disse il piccolo principe.“Che cosa cercano?”.

“Lo stesso macchinista lo ignora”.

Un secondo rapido illuminato sfrecciò nel senso opposto.

“Ritornano di già?”domandò il piccolo principe.

“Non sono gli stessi” disse il controllore.

“Non erano contenti là dove stavano?”

“Non si è mai contenti dove si sta“, disse il controllore. E rombo’ il tuono di un terzo rapido illuminato.

“Inseguono i primi viaggiatori?” domandò il piccolo principe.

“Non inseguono nulla” disse il controllore.

“Dormono là dentro, o sbadigliano tutt’al più. Solamente i bambini schiacciano il naso contro i vetri”

“Solo i bambini sanno quello che cercano”, disse il piccolo principe.”Perdono tempo per una bambola di pezza, e lei diventa così importante che, se gli viene tolta, piangono…”

“Beati loro” disse il controllore.


Un punto mi ha nuovamente mozzato il fiato, quandol’ho riletto, giorni fa, con i miei alunni: quella benedetta espressione finale del controllore, “beati loro“, riferita ai bambini. Mi ci rivedo spesso, mentre osservo i miei figli. “Beati loro”, dico. Sento che c’é tanto, per me, in quella espressione che sembra buttata lì. C’è l’essenziale, qualcosa di più del solito luogo comune del tipo “come sarebbe bello ritornare piccini”, “ora non è  più possibile perché siamo adulti e non si 

Bimbi che giocanopuo’ piu’ giocare“. Un luogo comune che esprime una speranza impossibile, la nostalgia di un passato lontano (quelli in cui ci si godeva le cose) che non potrà più ritornare. Io sto parlando, invece, proprio di un’altra cosa, scritta nella mia esperienza e forse in quella di ognuno.

Il mio “beati loro” esprime il mio desiderio ardente che io possa  godermi la vita ora, come me la godevo allora, quando giocavo a pallone e alla sera dovevano venire a prendermi con la forza, perché avrei continuato a giocare anche con il buio. Viverla davvero senza rimpianti e con gratitudine – allo stesso modo di allora, mentre vado a scuola a insegnare o sto davanti ai miei figli o do un bacio a mia moglie o piango di fronte alla morte di un amico, o quando mi prende una tristezza infinita. Sì, “godermi il momento in cui sperimento una  tristezza infinita”.

Ma allora, se mi scopro in alcuni momenti a sospirare con le stesse parole del controllore (“Beati loro”), non sarà ragionevole affermare la possibilità che, da qualche parte, ci deve essere “la strada da percorrere” per ritornare, da grandi, “a schiacciare il naso contro i vetri?” E il beneficio di incontrare un autore, non sarà forse quello di farmi riaccorgere di qualcosa di vero che vivo anche io e di cui così spesso non mi accorgo? E venendo alla scuola, non avverrà  forse che un ragazzo ricominci a interessarsi allo studio se incontra un uomo che gli trasmette la “vibrazione ineffabile e totale” che un testo provoca in lui?

Michele Borraccia

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