Brunori Sas e la verità che non fa male

Brunori Sas e la verità che non fa male

Bisogna ammettere che sentirsi dire “la verità” non sempre fa piacere. Specialmente se non riguarda appena la verità circa l’orario, il fatto che oggi è domenica e domani sarà lunedì, che la terra gira attorno al sole e che due più due fa quasi sempre quattro. Ci sono altre verità, quelle di cui ci si è dimenticato il suono e si sono perse le tracce che ogni tanto, per qualche fortuito evento, riaffiorano, tornano a galla, senza che nessuno abbia chiesto il loro parere. Si presentano così, senza preavviso. In ritardo o in anticipo, ma sempre a un appuntamento fissato da loro, ma la presenza richiesta è la nostra. “La verità ti fa male”, canta Brunori Sas, e  lo cantava già Caterina Caselli. E’ proprio così: le verità non banali, non scontate, quelle che riguardano la nostra vita in prima persona, sono quasi sempre scomode, fastidiose.

33810313515_34b962c7db_bQuesto ho provato, un gran senso di fastidio, quando ho ascoltato per la prima…la seconda, la terza (ecc.) volta la canzone, “La verità”. Non è stato quello che si suol dire un bell’incontro, pacifico: quelle parole andavano a graffiare ferite aperte, domande dolorose, andavano a scalfire paure ormai metabolizzate. Forse è questo ciò  che fanno le canzoni quando sono belle, così come più in generale un bel testo o (per non andare all’ infinito) tutto ciò che porta con sé un’esperienza di bellezza (e la bellezza si sa, non è mai innocua, va sempre a scombussolare qualcosa): vanno a ridare vita a cose o parole morte, che non sapevamo neanche di avere in noi o che non ricordavamo neanche più di aver dimenticato. Eppure sono lì, impolverate, sotto chilometri di macerie, che aspettano forse che qualcuno le vada a ripulire e prendersene cura. Ecco perché dall’iniziale fastidio, che tante volte è solo un modo per difendersi, per allontanare qualcosa per paura, ho iniziato ad amare questo brano. Per la verità, così scomoda ma liberante, che descrive e racconta. Eccola

Te ne sei accorto sì
Che parti per scalare le montagne
E poi ti fermi al primo ristorante
E non ci pensi più.

Te ne sei accorto sì
Che tutto questo rischio calcolato
Toglie il sapore pure al cioccolato
E non ti basta più.

Ma l’hai capito che non serve a niente
Mostrarti sorridente
Agli occhi della gente
E che il dolore serve
Proprio come serve la felicità.

Te ne sei accorto sì
Che passi tutto il giorno a disegnare
Quella barchetta ferma in mezzo al mare
E non ti butti mai
Te ne sei accorto no
Che non c’hai più le palle per rischiare
Di diventare quello che ti pare
E non ci credi più.

Ma l’hai capito che non ti serve a niente
Sembrare intelligente
Agli occhi della gente
E che morire serve
Anche a rinascere.

La verità
È che ti fa paura
L’idea di scomparire
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire
La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più.

La verità
È che ti fa paura
L’idea di scomparire
L’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà morire
La verità
È che non vuoi cambiare
Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose
A cui non credi neanche più.

 

Quanto è vera la prima strofa: si parte per scalare le montagne e ci si ferma al primo ristorante, come è più comodo volare basso, scegliere sempre l’ opzione più comoda, non quello che si desidera veramente, che ci piace davvero, ma la scelta più semplice, indolore. Non che ci sia qualcosa di sbagliato nella comodità, piace tanto anche a me, ma poi mentre si è  lì a sprofondare nel torpore avvolgente dell’anonimato e della tranquillità insonorizzata, ronza quella domanda, anch’ essa ovviamente fastidiosa: ma sono davvero felice così? Ed ecco che quella stessa poltrona, con quei cuscini fino al secondo prima invidiabili alle più autorevoli televendite, diventano fatte di chiodi perché troppa comodità forse alle volte da’ noia, il rischio calcolato (che non è più un rischiare) toglie il gusto anche alle cose più belle e buone come il cioccolato e alla fine si invecchia e si muore dentro, anche a vent’ anni, perchè non si hanno più le palle per rischiare, per rischiare di vivere, di essere sinceri, di chiedere scusa o per rischiare di amare anziché abituarsi all’ altro.

Ed è come se qualcuno, in questo caso l’inconsapevole Brunori SAS, mi dicesse: “Sveglia! Per che cosa stai vivendo!?”. E qui tante volte la risposta è dura… oppure non c’è. Altre volte per fortuna non è così. C’è eccome! Ci sono queste parole che ti ricordano che forse quello in cui stai sostando in questo momento è un comodo ristorante e che, senza neanche rendertene conto, hai smarrito la meta, la strada, la dritta via, il motivo per cui si era iniziato a camminare, a vivere. E ti fa venire una strana voglia di provarci nuovamente a scalarle quelle montagne, di buttartici in quel mare. Ma la strofa che inizialmente più mi ha infastidito e che successivamente (dopo averla ascoltata svariate volte) mi ha trovata più disponibile ad accoglierla è il ritornello. E’ qualcosa che trovo così vero… da far paura. Fa paura l’idea di scomparire, l’idea che tutto a quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà morire, che non vuoi cambiare e che non sai rinunciare a quelle quattro cinque cose a cui non credi neanche più. Più che la paura della mia fine, c’è la paura che le cose che più amo al mondo possano portare con sé un giorno il cartello the end. E che beneficio c’è, mi si potrebbe giustamente domandare, nell’ascoltare una canzone che ti ricorda cose a cui in realtà sarebbe meglio non pensare? Innanzitutto perché è la verità, per quanto insopportabile. Ed oggi, trovare qualcuno che te la dica è sicuramente un’impresa ardua. E poi perchè proprio quelle cose a cui mi aggrappo posso cominciare a considerarle diversamente, in maniera non scontata come un istante prima. E soprattutto guardare quello che ho di più caro, non come qualcosa a cui aggrapparmi, ma come qualcosa da amare.

dario_brunoriPer questo, Dario Brunori, ti vorrei ringraziare. Perché nella cappa di rischi calcolati del mio mondo hai aperto una finestra, una ferita mai del tutto rimarginata e le tue parole, per quanto (non solo) inizialmente fastidiose, mi hanno resa grata di averle incontrate. Perché è possibile guardare con un’attenzione rinnovata quello che ho davanti e chi ho davanti. Ma non ti sembra un miracolo/ che in mezzo a questo dolore e tutto questo rumore,/ a volte basta una canzone anche una stupida canzone /solo una stupida canzone a ricordarti chi sei a ricordarti chi sei. 

Che forse la verità, per quanto possa ferire e far male, non possa anche curare e guarire?

Agata Lanzolla

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