Buonascuola: It’s time to inspire

Buonascuola: It’s time to inspire

Il treno è  partito. A novembre sono arrivati nelle scuole, tra neoassunti e supplenti,  circa 55 mila docenti: sono i cosiddetti “potenziatori” (il contingente è anche detto del “potenziamento”). Non sono titolari di una cattedra e  non coprono un posto in organico di diritto, ma devono“servire” la scuola, offrire il proprio contributo per gli obiettivi dell’istituto. Ciascuno può aiutare per quelle che sono le sue competenze, le sue attitudini e la sua formazione, con il massimo di flessibilità e non per forza e unicamente sulla propria classe di concorso e (perché no?) aiutare a coprire le tante supplenze quotidiane per il noto assenteismo del settore pubblico, “zavorra” che troppo spesso impedisce il buon andamento didattico ed organizzativo. Si tratta di un esercito di docenti non più giovanissimi, ma sicuramente meno vecchi della classe docente attuale, che in media supera i 50 anni.

Con l’arrivo dei potenziatori si sono risvegliati anche i contestatori, i detrattori, i distruttori, i rallentatori, gli oppositori, alcuni dei quali già hanno denunciato strumentalmente l’inutilità del potenziamento. Abbiamo già sentito le grandi narrazioni sulla deportazione, il “tappabuchismo” e così via. Si vuole far credere che questo ruolo rappresenti una diminuzione della dignità professionale di chi lo ricopre. Agli occhi di molti (soprattutto alcuni loro colleghi) non sembrano potenziatori ma disturbatori, orda barbarica che ha la colpa di mettere fine alla “torticina” di piccoli progetti e attività di cui, negli ultimi anni, i docenti hanno fatto buona spartizione (e qualcuno anche un discreto business). Molti denunciano di non essere quasi riconosciuti dagli altri come colleghi, anche perché, in qualche caso, i Dirigenti li hanno ridotti a semplici tappabuchi.

È’ possibile tutto ciò, ma è possibile anche altro. It’s time to Inspire. E’ tempo di ispirazione. Adesso che le risorse (almeno quelle umane) ci sono davvero, è tempo di guardare al bisogno. E il bisogno, nella scuola, c’è eccome:per questo il potenzialmente può avere un grande valore. Non sarà forse utile, per alcuni ragazzi ancora indietro e che forse hanno bisogno di essere motivati, di essere valorizzati e di essere sostenuti da qualcuno che è lì proprio per loro ? Sarà impossibile pensare a qualcosa di bello anche per il pomeriggio: un “giocone” didattico (non banalizzate…ce ne sono di utilissimi), una partita o un coro?

Non crediamo che si possa insegnare anche qualcosa altro di bello e importante ma che non riusciamo mai a fare perché i programmi incombono? Non crediamo che gli studenti più maturi possano scegliere qualcosa che davvero amano e liberamente approfondirlo? Non sarà più bello farlo con un docente che è lì  per loro? E le eccellenze, i cosiddetti talentuosi? Perché tenerli nelle aule, quando già potrebbero progettare qualcosa con i docenti, pensare a una idea di scuola o di lavoro?

Crediamo forse che la che la vera professionalità e dignità del nostro lavoro risiedano solo nella cattedra, nella lezione, nel registro e nel voto post interrogazione?  Abbiamo paura di “dire addio” al rigidismo delle materie e dell’organizzazione così come sono sempre state concepite, di dire addio ad orari scolastici predefiniti e calendari inamovibili e aumentare l’interdisciplinarietà,  i grandi temi, la creatività, la responsabilità, l’interesse e l’iniziativa personale? Dire che qualcosa non serve denuncia un limite: la mancanza di idee di chi dovrebbe farla fruttare. E il vero problema della scuola, con questo aumento delle risorse, si è confermato per ciò che era: la mancanza di idee. Ci sono le risorse, mancano le idee.

Proviamo a pensare alla famiglia, matrice di ogni forma educativa, perché è anche il luogo delle relazioni umane originarie dove si costituisce l’affettività. Non è un caso che dove c’è una famiglia divisa c’è  sofferenza. Così è la scuola. Non esistiamo solo noi, singoli e individualisti, ma tutti i docenti che progettano insieme un lavoro per gli studenti, disposti ad imparare e ascoltare dagli alunni e dagli altri colleghi in un lavoro di sintesi e di dialogo. Una casa, una famiglia, una scuola, un “io” hanno bisogno di essere accresciuti, potenziati, moltiplicati. Abbiamo bisogno di costruttori non di rassegnat(or)i!

Andrea Borraccia

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