Cirinnà: il diritto non è divino… e il mondo non fa schifo

Cirinnà: il diritto non è divino… e il mondo non fa schifo

Il dibattito sulla Cirinnà non si è concluso con l’approvazione della legge al Senato. Tutti ne parlano, molti si schierano, alcuni preferiscono continuare a pensare “alle cose serie”. Nei dialoghi con la gente ritengo di poter individuare almeno tre posizioni. La prima: “sono d’accordo, è giunta l’ora di uscire dalla barbarie medioevale e di riconoscere e valorizzare ogni genere di amore”. La seconda: “è stato un attentato alla famiglia tradizionale. Punto”. La terza: “I problemi sono altri. Che fanno stasera in TV?”. Vale a dire, la piazza dei pro, la piazza dei i contro, e quella numerosissima degli astenuti (rectius non pervenuti).

Nulla di nuovo sotto il sole. Tipiche dinamiche “itagliane”, si potrebbe dire. Tuttavia, hammer-802302_1920mai come in questo caso, ad accomunare le tre (apparentemente) antitetiche posizioni è una spaventosa superficialità. Una comune indisponibilità di fondo ad affrontare apertamente il problema, dialogare, provare a capire quale sia il reale bisogno umano che si cela dietro una legge, sicuramente discutibile e ampiamente perfettibile. Ebbene sì, perché qualora ce lo fossimo dimenticati, quella geniale invenzione romana che chiamiamo “diritto” nasceva, qualche millennio fa, come un tentativo, tutto umano, di rispondere a quelle esigenze di giustizia, (scintille di quella esigenza di Giustizia) costitutive del cuore di tutti gli uomini. A tema vi erano problemi, spesso anche molto pratici, ai quali il diritto tentava di rispondere.

L’obiettivo era la “Iustitia”, lo strumento era un qualcosa che cercava di tendere a Lei, senza raggiungerla mai. Era imperfetto. Era, appunto, semplicemente “ius”. E gli stessi romani avevano ben presente che quando questo rozzo “ius” veniva ingiustamente divinizzato e considerato “summum”, aveva come esito inevitabile quello di provocare una vera e propria “summa iniuria”. Perché i romani su tutto potevano barare (e baravano!), ma non su una cosa: la lealtà con le domande umane. Proprio quelle che l’uomo moderno ed in particolare l’uomo contemporaneo ha imparato pian piano ad eludere, prima coscientemente (per la difficoltà ad individuare sentieri di risposta percorribili), adesso senza neanche più farci caso (perché sempre più scettico sulla possibilità di una concreta risposta).

Se fai le domande sbagliate, non troverai mai la risposta giusta recitava uno strambo film sudcoreano di qualche anno fa e, diversi lustri addietro, il teologo protestante Reinhold Niebuhr considerava che “niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone“. O che mal si pone. La vera domanda da porsi sarebbe, infatti, se una legge, fosse anche la legge migliore, possa da sola rendere gli uomini felici. Perché di questo si tratta. Prima ancora di entrare nel merito della questione, ciò che è inopinabilmente vero è che le coppie omosessuali “di fatto” (come quelle etero) desiderano ardentemente essere felici!

Mi colpiva in tal senso l’outing fatto da Giulia Latorre, la figlia del noto marò, qualche tempo fa da un’altra piazza (quella di Facebook), dove la giovane ad un certo punto afferma: “Cosa avremmo di diverso noi omosessuali? Siamo tutti esseri umani, abbiamo sentimenti, abbiamo un cuore, abbiamo la voglia e il diritto di essere felici!”. Chi potrebbe obiettare ad una tale affermazione? Dopo qualche riga, però, la ragazza incalza: “E’ chi ci giudica ad avere qualche problema. Perché le coppie gay, lesbiche non possono adottare un bambino? Per quale assurdo motivo?”. Il problema vero è perciò capire che nesso c’è, se c’è, tra il desiderio (infinito, di significato) e una tale risposta? E verso la fine della lettera possiamo leggere: “Sono una persona abbastanza forte e determinata, ho superato tantissimi ostacoli da quando ero piccola […] ma ormai ho capito una cosa: il mondo fa veramente schifo“.

Ricapitolando: una grande domanda (di felicità), all’inizio; un forte giudizio sul mondo  (uno “schifo”) alla fine. In mezzo? Il tentativo di voler rispondere a quella domanda così radicale con una risposta così chiaramente inadeguata. Le unioni civili tra persone dello stesso sesso sono state legalmente riconosciute, ma la strada della legge potrà mai, di per sé, garantire a qualcuno la tanto desiderata felicità e un mondo migliore? Allo stesso modo, sebbene la stepchild adoption (che avrebbe consentito al partner omosessuale di adottare il figlio dell’altro partner) sia stata stralciata dall’attuale legge, è necessario ribadire che adottare un bambino è sì una grande aspirazione, un desiderio umanissimo e legittimo ma, tuttavia, non è un diritto. E non lo è né per le coppie omo né per le coppie eterosessuali.

Ad essere in gioco è, infatti, il destino di un bambino, la sua felicità, il suo “superiore interesse”. Quel bambino che è parte debole per condizione (la minore età) e per situazione (la mancanza dei genitori biologici). E il diritto tutela innanzitutto il piccolo, il debole, l’indifeso. E non i desideri degli aspiranti genitori. E questo è necessario ribadirlo prima, molto prima, di entrare nel merito. Allora mettiamo innanzitutto a fuoco le domande e confessiamo gli obiettivi, per cercare di condividere itinerari, magari tortuosi e molto faticosi, ma che tendono all’individuazione di risposte adeguate. Perché Giulia, noi siamo insieme, drammaticamente insieme, a condividere una comune ricerca di significato, dentro l’unica grande piazza dell’esistenza umana.

jacob

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