C’era una volta Shakespeare, più cattolico che protestante

C’era una volta Shakespeare, più cattolico che protestante

Il 23 aprile del 1616 spirava in un piccolo villaggio dell’Inghilterra nordoccidentale, Stratford Upon Avon, Mastro Will Shakespeare che, secondo la leggenda, prima di calcare il palcoscenico del Globe Theatre nel londinese quartiere di Southwork, ne era stato stalliere e aveva così iniziato una brillantissima carriera che lo avrebbe portato ad essere capocomico  e poi autore di drammi, commedie e tragedie che tutt’ora richiamano folle di spettatori in tutto il mondo, tanto  che più di qualche impresario teatrale ha provato, come a Roma, a ricostruire il Globe per tenervi spettacoli scespiriani  estivi.

Tanto si è detto su Shakespeare e sui suoi capolavori da parte di saggisti e critici letterari; tanti film sono stati girati sulle sue opere impegnando fior fiori di attori e celebrità. Pochi però hanno sondato e investigato su di un aspetto dell’opera del Bardo di Stratford: il suo rapporto con i profondi mutamenti culturali dell’epoca in cui visse e, soprattutto, i violenti conflitti religiosi che caratterizzarono e segnarono profondamente la Perfida Albione di quei decenni a cavallo tra cinquecento e seicento. Possibile che Shakespeare potesse restare impassibile e neutrale, disinteressato ed impenetrabile rispetto alla temperie spirituale che incendiava il suo tempo?

Rocco Montano
Rocco Montano

Negli anni ’60 era giunto ad Harvard, il tempio della cultura WASP (Bianca, Anglosassone e Protestante), come visiting professor, un poco noto “professorino” lucano: Rocco Montano. Era stato voluto lì dai noti dantisti americani Charles Singleton e Kenelm Foster che avevano letto della sua prospettiva critica e soprattutto  dell’essenziale e determinante distinzione che egli faceva  tra “Dante personaggio” e “Dante autore” della “Commedia”. Ma, ad Harvard, Montano prese  a leggere e a studiare le opere di Mastro Will e ne uscirono fuori alcune lezioni che sorpresero l’establishment dell’ateneo wasp. Esse mettevano in evidenza il nesso profondo e sotterraneo che legava le opere del drammaturgo elisabettiano agli sconvolgimenti religiosi che facevano da sfondo al dominio dei Tudor.

Dopo un anno la sua presenza ad Harvard non era più gradita. Troppo cattolico appariva questo professore italiano, troppo papista –per riprendere l’epiteto spregiativo con il quale, all’epoca di Elisabetta, erano definiti i cattolici. Ma ottenne un altro contratto all’Università dell’Illinois, a Chicago, e lì riprese questi approfondimenti sull’opera di Shakespeare. Nel 1980 queste lezioni furono raccolte e risistemate in un saggio dal titolo “Shakespeare, il Pensiero e i Drammi” edito da una poco nota casa editrice: la “G.B. Vico” di Napoli. In soldoni la tesi del saggio è che la visione del mondo che sottende le opere scespiriane è decisamente<<cristiana, profondamente in antitesi con quella riformata e legata, da un parte, alla tradizione della vecchia fede ( di cui infiniti elementi ci provano la perdurante, clandestina vitalità) dall’altra alla linea umanistico-cristiana, anti-protestante che va da Petrarca a Tommaso Moro, a Montaigne (gli autori che rappresentano le più sicure presenze  nell’ideale biblioteca di Shakespeare)>>.

Questo canone, applicato al monologo di Amleto, 9606524409_2b80494212genera la visione non di un personaggio eternamente indeciso e quasi maniacalmente dubbioso, né quella di un’infantile vittima del complesso di Edipo. Il principe di Elsinore è alle prese con una scelta delicata e allo stesso tempo decisiva: vendicare l’onore di principe ereditario ferito dallo zio usurpatore, con tutti i lutti e la lunga catena di delitti che ne sarebbero conseguiti, come era accaduto proprio durante l’estenuante prova  di forza tra Maria la Cattolica ed Elisabetta I per la successione al trono di Enrico VIII, oppure, per evitare la dannazione eterna e la perdizione dell’anima che tutto ciò avrebbe comportato rassegnarsi a “vivere in un mare di guai”. Amleto evita e rinvia sempre la vendetta, finge di volersi sempre più accertare della reale colpevolezza dello zio. Sarà la slealtà di Laerte che avvelena la punta della spada nel duello finale, destinato a dirimere il conflitto e a ristabilire l’ordine senza spargimenti di sangue, che lo spingerà ad uccidere lo zio usurpatore dimostrando che egli era tutt’altro che il bel tenebroso eternamente indeciso e debole che la critica e l’oleografia romantica ha voluto far passare.

Queste tesi non hanno avuto un impatto immediato sulla critica scespiriana più accreditata ma sotterraneamente, carsicamente –come è d’uso per certi movimenti culturali- hanno trovato continuità in una nuova generazione di anglisti che ne hanno ripreso i punti cardine, le chiavi di volta: Piero Boitani che nel 2009 pubblicò “Il Vangelo secondo Shakespeare”, Peter Milward che, nel maggio 2011, sulla rivista “Studi Cattolici” azzardò un paragone tra l’opera narrativa di Eugenio Corti e quella drammaturgica del Bardo di Stratford, Elisabetta Sala che, per i tipi di Ares, ha pubblicato nel 2012 due accurati saggi sull’epoca elisabettiana: “Elisabetta la Sanguinaria” e “L’Enigma di Shakespeare”.

Rocco Montano, durante gli ultimi anni della sua vita, non credeva che le sue tesi, tanto su Dante che su Shakespeare, sarebbero state riprese, approfondite  ed aggiornate da qualche cultore di letteratura. La Provvidenza; che segue sempre la rotta della Verità, col suo carico oneroso di imprevisto, ha fatto la sua parte.

Leonardo Giordano

Per approfondire, si linkano di seguito tre saggi di Montano sull’argomento:

Amleto o della coscienza cristiana 

Il concetto di tragedia cristiana e la posizione di Shakespeare

La religione di Shakespeare

Centro studi Rocco Montano: www.roccomontano.it

Print Friendly, PDF & Email

Commenti