“Sono Charlie, finché Charlie non tocca me”

“Sono Charlie, finché Charlie non tocca me”

Non siamo più Charlie. È bastata una vignetta satirica sul nostro costume italiano per mandare all’aria il parossistico inno alla libertà di espressione che da gennaio 2015 campeggia alacremente sui social. Sdegno e indignazione, ora. Il sindaco di Amatrice denuncia l’imbarazzo, l’ambasciata francese si dissocia dalla caricatura. “Terremoto all’italiana: penne al sugo, penne gratinate, lasagne” recita la didascalia tradotta. Non è un film di Vittorio De Sica, ma la vignetta satirica comparsa il 31 agosto sul giornale Charlie Hebdo.

Cambia il contenuto, non il mezzo. Siamo tutti propulsori di libertà di parola, finché quella gradita è la parola ossequiosa. Siamo tutti Charlie, finché Charlie non deride noi (sic!). Comportamento simbolo di una “satira a orologeria”, in una nazione che si traveste di celebrazioni di apparenza solitamente accompagnate a tragedie del genere, ma che davanti alla rappresentazione dei fatti nudi preferisce nascondere la polvere (o la sabbia?) sotto il tappeto. In quella vignetta c’è l’Italia allo specchio, irrisa con i suoi morti sotto le macerie, schernita con l’umorismo dissacratore che quando tocca casa nostra ci infastidisce. È disturbante, ma legittima. Dimostra che si può godere di libertà di espressione, così come la si può subire.

charlieCi sono due feriti in primo piano sporchi di sangue, avvizziti e spenti, sullo sfondo corpi sepolti da strati di pasta. Il sangue e la sabbia si amalgamano nella distorsione gastronomica che censura brutalmente la superficialità italiana e le procedure corrotte che invadono tutti i campi del mos italicus: dalla politica alla burocrazia passando per l’edilizia. Sono innocenti sacrificati da logiche utilitaristiche perpetrate da subdoli uomini, gabbamondo e ladruncoli, che altro non sono che il bersaglio della vignetta, questi ultimi.

Desta riso amaro, a tratti è inopportuna. Ma è satira. E la satira non è selettiva. D’altronde, la derisione e lo scherno di tutto e tutti è una connotazione dei redattori di Charlie, aggressivi demistificatori rigorosamente politically incorrect. Satira castigat ridendo mores, dicevano i latini. La satira è deformazione macabra del reale, tipica dello sguardo allucinato di Persio e Giovenale, smascheratori di vizi e severi censori di una realtà decadente, dove le false apparenze vengono messe a nudo con arcigno moralismo.
E i tempi non sono tanto cambiati, poi. C’è da chiedersi, piuttosto, perché la rappresentazione di un malcostume italiano ci scandalizzi così tanto, perché la mordace denuncia non ci induca a quello che Pirandello chiamava l’”avvertimento del contrario”, o più semplicemente perché l’Italia sia sempre “una tragedia che si poteva evitare.”

P.S.: in serata arriva un’altra vignetta. Stavolta recita: “Non è stato Charlie Hebdo a costruire le vostre case, ma la mafia“. Una satira che deve ricorrere ad una spiegazione ha in parte fallito, ma ci costringe a porci una domanda: siamo davvero mafia e pasta? E porsi domande non è mai un male. 

Veronica Mestice

Print Friendly, PDF & Email

Commenti