Che cos’è l’umano? Come lo imparò un insegnante

Che cos’è l’umano? Come lo imparò un insegnante

Racconto dalla scuola. Dalla pagina “Foglio Protocollo” del giornale Il Foglio di qualche mese fa 

fullsizerender-16Si supponeva che conoscessi l’umano, io che insegnavo, appunto, materie umanistiche. E invece, quando una ragazza me lo chiese così, a bruciapelo, “che cos’è l’’umano?”, mi scoprii impreparato. Ci pensai un secondo e tirai fuori qualche definizione intellettuale. Ne ero uscito bene, almeno a parole. In verità ne ero uscito male: avevo definito la parola, ma non l’avevo mostrata, non l’avevo, appunto, in-segnata. A scuola, però, si finisce spesso per imparare molto più di quel che si insegna, e proprio da coloro ai quali si dovrebbe insegnare.

E così, nel febbraio di quell’anno, accadde una tragedia: Ciccio e Tore, due bambini della vicina Gravina in Puglia, finirono tragicamente morti in un pozzo. La vicenda fu molto sentita e se ne parlò tanto anche a scuola. Tra i commenti mi capitò tra le mani quello di Alessandro Piperno per Il Corriere della Sera. Lo leggemmo in classe.

“Di questi tempi – scriveva – si fa un gran parlare di Vita. Con la «V» doverosamente maiuscola. Di amore per la Vita. Di rispetto per la Vita. […] Ebbene io mi chiedo: che cosa ha fatto la vita per meritare da noi tutto questo rispetto? Esiste una sola traccia in questo mondo che dimostri che vale la pena di esserci, respirare, alzarsi ogni mattina? Retrospettivamente, valutando le esistenze di Salvatore e Francesco dalla fine (e perché uno non dovrebbe farlo, per Dio?) chi di voi se la sentirebbe di dire che ne è valsa la pena? Non sarebbe più leale sostenere che loro sono stati vittime di quel crimine che si chiama vita?”.

Ero nel pieno della lettura, quando, dal fondo dell’aula, fui interrotto da un “nooo!”. Durò poco più di un istante, secco, poi testa bassa. Si chiamava Anna. Quel no reattivo, ribelle, me lo sarei aspettato da altri, non da lei. Non aveva replicato a Piperno con un “hai torto: la vita è grande”, aveva semplicemente detto “no”. Qualcosa, in lei, lo aveva detto. “Eccolo qui l’umano” – esclamai io, col godimento che portano con sé le grandi scoperte – l’umano è quella parte di noi che si oppone, istintivamente, a ciò che umano non è”. Non lo avevo definito, ma mostrato. L’avevo visto accadere, l’umano, e lo avevo in-dicato, in-segnato.

Da allora faccio sempre così, è per me come una sorta di metodo: in-segnare le cose per “reazione al loro contrario”. Alcune sono ormai difficili da spiegare. Fino a qualche decennio fa, per esempio, parole come “sete di grandezza”, “desiderio di felicità” avevano un loro appeal; oggi sembra di parlare del nulla. E allora provo a fare così. “La vostra vita di cosa è fatta? Raccontatemi un po’”. “Lo studio, qualche uscita con gli amici, un po’ di web?”. Il senso del poco si sente già, ma a spaccare è la domanda: “Tutto qui?”. “Sì, niente di che”. E’ lì che incalzo. Vi piacerebbe che la vostra vita, il vostro essere qui, il vostro domani fosse qualcosa di cui poter dire “tutto qui” oppure “niente di che?”.

Non c’è nessun “no” urlato, ma qualcosa di straordinario appare nei volti: è una stizza, un benefico fastidio verso me che lo dico. Quel “tutto qui” è la pugnalata che infastidisce, smaschera. “Questo restarci male – spiego allora – è la vostra sete di grandezza”. E così concludo: “La giovinezza è sentire la vita come un appuntamento con la grandezza”.  Anche le frasi in stile “Baci perugina”, a quel punto, hanno un senso.

Pino Suriano

Print Friendly, PDF & Email

Commenti