David Bowie, il mondo senza lui

David Bowie, il mondo senza lui

Da cinque mesi la Terra è un posto più triste. La scomparsa di David Bowie è stata celebrata in modo sentito e senza precedenti in ogni parte del mondo. La sua morte, come l’intera vita, è diventata un evento artistico, si è portata via l’uomo, il suo corpo e le sue trasformazioni, e ha chiuso il sipario. Tra le illimitate forme che può assumere il ricordo, la musica, come l’immagine, può essere la più confortante e insieme la più spietata. Tanti hanno scritto di lui per esprimere amore e ammirazione e anche io ho pianto, affranta, alla notizia della sua morte, celata fino all’ultimo come simbolo di una sobria e gelosamente custodita vita privata.  

Mi sono tornati in mente i versi dell’Adonais di P. B. Shelley:

“ … L’Uno rimane, i molti mutano e passano;

La Vita, come una cupola di vetro dai molti colori,

macchia il bianco splendore dell’Eternità,

finché non vi passa la Morte e la frantuma. …”

15335396255_9ed8a3e8b0_o (1)Sulle note della sua uscita di scena, del suo addio in musica preparato con cura, la Stella Nera è arrivata anche per lui e ha ridotto in frantumi il mosaico che compone l’esistenza. Ho amato David sin dalla prima immagine e dal primo suono, in comunicazione empatica. Per ovvi motivi anagrafici, l’ho conosciuto nel suo periodo pop e commerciale. Avere fratelli più grandi offre, tra le altre cose, il privilegio di crescere e nutrirsi di ottima musica.

Avevo cinque o sei anni e quando suonava Let’s dance nello stereo di casa, o più tardi nei videoclip delle emittenti private, correvo nella stanza spalancando le porte e iniziavo a ballare. Senza conoscere parole o note, era lui che ti avvolgeva. Da allora non l’ho più lasciato; scendendo a ritroso nei suoi dischi, dal mod degli anni ’60 all’hippie preraffaellita, dall’alieno glam e sognante di Ziggy Stardust al dandy plastic-soul, dal superuomo dall’aspetto aristocratico al neoromantico e neoclassicista, ho imparato a riconoscere la narrazione della sua intima, espressiva e vibrante voce, la grazia elegante, la classe innaturale, il viso delicato, la fluidità di genere con cui si muoveva sul palco, le frasi profonde e gli occhi intensi di quel timido ragazzo che ha fatto del travestimento un modo per raccontare (o eludere) la realtà, lasciando dietro di sé la pelle dei suoi personaggi come traccia del suo passaggio.

Quando si è diffusa la notizia della morte di Bowie, l’11 gennaio 2016, sono tornata nella mia stanza di ragazzina. Ho chiuso a chiave la porta, al buio, rannicchiata per terra e ho messo su Station to station. Il mio preferito. Con David Bowie se ne va un pezzo della nostra adolescenza, l’età più difficile e solitaria, che muore “in un giro a tondo”. Con lui abbiamo trovato il coraggio di affermare le nostre fragili personalità e costruire, giocandoci su, altre identità. Con lui eravamo tutti piccoli sognatori di altri tempi e altri mondi, con i capelli rasati e tinti di rosso, con la libertà della ribellione, il rock ad alto volume e gli specchi delle camere da letto.

Oggi che l’Uomo delle stelle ha smesso di camminare nelle nostre vite non resta niente di quelle età, finisce per me un’epoca assieme a lui. Ed è giusto così. Anche David, il cui corpo è antropologicamente definibile come un ipertesto, ha ripiegato gli eccentrici costumi di scena, le zeppe, i trucchi, i codici androgini e asessuati e sobriamente ha cavalcato gli anni che scorrono. Delle ultime apparizioni, ho amato teneramente il suo presentarsi dignitoso senza nascondere anni e rughe. Interpretava così la fragilità del nostro tempo e rispondeva, con l’ansia della maturità, a quegli interrogativi forti, crudi e crudeli del fervore giovanile.

Da innovatore, quando tutti sceglievano di apparire, maxresdefaultlui osservava distante e con riserbo, senza mai smettere di stupire e sperimentare nei generi musicali, nelle parole, nei video, reinventandosi senza fine, reincarnandosi continuamente come il ciclo dei cambiamenti della vita. Gabriele Romagnoli ha scritto che David Bowie è sempre stato come l’orizzonte: più tentavi di raggiungerlo, più lui si allontanava. E così è stato. Il fascino della sua arte innovativa e futurista nasce dalla curiosità, da un’asimmetria del vedere, da un battito asincrono del sentire, da un percorso labirintico e senza mappe che fa trovare a tutti noi che lo seguiamo ciò che stavamo cercando. Bowie ha saputo rielaborare il lessico dell’arte moderna e del rock come arte globale, rimodellando la storia dell’avanguardia artistica e attraversandone i diversi linguaggi anche in forma popolare. La musica, a mio parere, era solo il suo Altrove. Questa è per me l’essenza del vero Artista che dipinge da sé il manifesto della liberazione personale e collettiva: riuscire a interpretare la complessità dell’arte e della vita nell’unico modo, forse il più semplice, ossia trasformandosi sempre, mai uguale a se stesso, ma sempre unico. Mancherai, David Robert Jones, come una figura mitica in bilico sulla soglia del reale e irreale, come quelle età che non possono più tornare.

Sveva Lipari

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