Disastro Italia. Ma proviamo a capire davvero il perché

Sono passate quasi quarantotto ore dalla brutta sconfitta dell’Italia contro la Svezia a San Siro e, finalmente, si possono smontare tutte le teorie e le spiegazioni che abbiamo partorito dal nulla, o che ci siamo messi in bocca soltanto perché tutti le ripetono. Si può, finalmente, ragionare senza essere influenzati dai sentimenti di rabbia o dispiacere. I commenti a caldo sono sempre esagerati, parecchio lontano dalla realtà dei fatti, nella maggior parte dei casi contraddittori. Nelle ore successive alla fine della partita io stesso ho cambiato un bel po’ di volte idea sul fatto che avremmo meritato di passare perché l’atteggiamento giusto c’è stato, anzi no perché abbiamo fatto pochi tiri in porta e se non tiri non segni, però, dai, anche loro hanno avuto una sola occasione all’andata e ci hanno battuti e hanno solo picchiato per centottanta minuti e al mondiale ci va una squadra scandalosa (o <<modestissima>> come ha detto qualche commentatore Rai), e però se giochi con Belotti e Immobile insieme un po’ te a la cerchi, ma dove vuoi andare, è giusto rimanere a casa. Ecco perché non mi ha affatto sorpreso l’enorme ritardo con cui Ventura si è presentato in conferenza stampa e, soprattutto, le parole di circostanza che nulla hanno fatto capire sulle responsabilità di questo disastro sportivo, su ciò che si poteva fare e non si è fatto, sul futuro della panchina della Nazionale. Dai, figuratevi se lui, il più scosso di tutti avrebbe potuto mai fare un’analisi lucida a un’ora dalla partita che, con molta probabilità, ha chiuso la sua carriera nel calcio che conta.

Proverò in questo pezzo a smontare diversi commenti che sono fondati sul nulla o che magari sono anche veri, però non hanno alcun rapporto di causa-effetto con la débâcle degli Azzurri. Bisogna fare una premessa: non mi sentirete mai usare aggettivi come “incompetente” e “fallito” nei confronti di Ventura, perché sono termini che fanno semplicemente ridere. Non si può, da persone adulte, non capire il principio per cui la realtà è molto più complessa di come ce la immaginiamo noi e che pensare cose del genere vuol dire non avere un minimo di capacità di discernimento. Stiamo parlando di un professionista che pratica i campi di calcio da più di cinquant’anni e che, semplicemente per questo, non può essere che non capisca nulla. O, quantomeno, non è credibile che ne capisca meno di noi. Purtroppo, noi tifosi tendiamo ad essere estremamente semplicistici, arrivando a conclusioni che sono troppo ridicole. Certo, qualsiasi progetto tecnico può essere fallimentare e qualsiasi allenatore può sbagliare, ma il perchè non può essere la sua incompetenza, ma molteplici fattori che noi, comodi sul nostro divano, non siamo neanche in grado di immaginare. Giampiero Ventura, nell’ambiente, è considerato un massimo esperto di calcio e non vedo la logica per cui la federazione, e quindi Tavecchio, abbiano dovuto scegliere di proposito un allenatore scarso. Per quale motivo? Per il gusto di vedere soffrire milioni di italiani? O più semplicemente chi lo ha scelto è stato consigliato dai massimi esperti dell’ambiente e quindi Ventura gode(va) di una credibilità molto alta?

Nessuno nega che Ventura abbia sbagliato alcune cose, e più avanti proverò a dire quali. Tuttavia, non è possibile che l’allenatore sia il solo artefice di questa disfatta. E infatti è tornato di moda il mantra che tiriamo fuori ogni volta che l’Italia perde miseramente: “in serie A ci sono troppi stranieri”. Il che non è falso, ma è un fatto che si tira fuori quando conviene. Perché il problema dei troppi stranieri nel campionato italiano c’era anche quando due estati fa perdevamo ai quarti di finale degli Europei con la Germania soltanto ai rigori, o quando due anni ancora più indietro arrivavamo in finale contro la Spagna dopo aver battuto – toh, guarda caso! – la Germania a cui – questo lo si tira fuori davvero ogni volta – dovremmo guardare per come hanno ricostruito il loro calcio dopo anni di fallimenti (e davvero me lo chiedo come abbiano fatto, perché tutti lo sottolineano senza saper specificare il come).
Oppure, più semplicemente, il problema dei troppi stranieri in serie A non è per niente un problema, perché anche la Bundesliga – e qui tutte le pippe ripetute negli ultimi giorni vanno in cortocircuito – ne è piena, così come la Liga o, ancora “peggio”, la Premier League, che un giorno sì e l’altro pure viene utilizzata per far capire quanto brutto e povero e poco competitivo sia il nostro campionato.
Anzi, a questo punto inizio a pensare che sollevare il “problema degli stranieri” sia un discorso totalmente razzista (e non solo <<in qualche caso>>, come scrive Pino Suriano qui su Linkiesta), perché mettiamo anche il caso che si dia più spazio ai giocatori italiani, per quale diavolo di motivo dovrebbero essere superiori agli svedesi, ai belgi e ai portoghesi? Soltanto perché abbiamo vinto quattro mondiali? Allora va detto che, di questi quattro, due risalgono ai tempi in cui alcune squadre non partecipavano perché non avevano i soldi per pagare l’albergo ai giocatori o, comunque, ne succedevano di tutti i colori.

Allora via con le critiche ai giocatori: Insigne fa il fenomeno solo nel Napoli perché in serie A che ci vuole, Verratti pure gioca in un campionato facile e poi non è mica come Pirlo, Immobile l’hanno cacciato via a calci da Germania e Spagna e solo noi potevamo pensare che fosse realmente forte, Candreva sbaglia tutti i cross, Bonucci da quando è al Milan si è visto quanto sia scarso, e la lista potrebbe continuare all’infinito. E allora tocca rispondere ad ognuna di queste frasi, perché non se ne può più, perché bisogna imparare a giudicare con serenità e con imparzialità, e allora bisogna pur dire che sì, Insigne è per davvero un talento indiscusso, che Verratti è un giocatore che con Pirlo non ha niente a che vedere ma ha delle qualità completamente diverse che pochi giocatori al mondo possiedono, che Bonucci è il simbolo di un nuovo modo di interpretare il ruolo di difensore (gli attestati di stima di un gigante come Guardiola non sono casuali), che Candreva è maturato tanto ed è un ottimo esterno, che Immobile è primo nella classifica cannonieri e degli assist e non può essere un caso. Ed è anche vero, però, che ogni giocatore non è o “forte” o “scarso”, ma ha determinate caratteristiche e anche determinati punti deboli, e che i suoi punti di forza possono essere esaltati in un determinato contesto di gioco e in un altro contesto possono venire fuori i suoi punti deboli. E quindi che Insigne e Verratti sono due giocatori associativi, lontani dall’idea di gioco statica che Ventura ha provato a proporre, che Immobile è un giocatore fenomenale nelle transizioni offensive e, contemporaneamente, molto impreciso (perché tecnicamente non perfetto) in un gioco di posizione, e così via per tutti gli altri.

Poi ci sono quelli che “se ci fosse stato Conte allora sì che li avrebbe motivati come si deve”. Come se il principale punto di forza del tecnico salentino sia soltanto quello di dare pacche sulle spalle ai giocatori per spingerli a far bene. Come se bastasse un “forza ragazzi, andiamo a vincere” e allora si vince. Più o meno sulla stessa lunghezza d’onda quelli che “Conte con una squadra più scarsa ha fatto un Europeo memorabile”. Il che può essere anche vero, ma si ritorna al discorso di prima ed è vero che Giaccherini e Pellè, per fare due esempi, sono meno talentuosi di Verratti e Belotti, ma il primo è un giocatore così dinamico che, appunto per il contesto di gioco che da sempre adotta, Conte alla Juventus lo ha schierato spesso fra i titolari, e che il secondo ha interpretato magnificamente il ruolo di fulcro d’attacco sul calco di ciò che Llorente aveva già fatto, sempre con Conte, alla Juventus. E, molto probabilmente, con il sistema di Ventura non sarebbero andati mai a nozze. Però Ventura è Ventura e Conte è Conte, non è che possiamo pretendere che siano tutti uguali fra loro.

Infine, quelli che “meglio non esserci andati”, perché se non abbiamo fatto neanche un gol alla Svezia, figurati contro le grandi del calcio mondiale, perché se in due anni di amichevoli e partite di qualificazione l’Italia non aveva mai espresso un gioco soddisfacente contro squadrette, figurati contro le grandi del calcio mondiale. Tocca ricordare, allora, che neanche l’Italia di Conte durante le qualificazioni e nella fase a gironi (fatta eccezione per la partita contro il Belgio) espresse un gran calcio, salvo poi crescere durante la competizione a partire dalla straordinaria vittoria con la Spagna. Non può essere, forse, che allenarsi per pochi giorni ogni due mesi e con giocatori spesso diversi (per infortuni, squalifiche e quant’altro) aiuti poco i giocatori a conoscersi reciprocamente, cosa che invece può accadere quando si ha la squadra intera a disposizione per oltre un mese? Allora smettiamola di dire che è meglio essere stati eliminati, perché forse sarebbe andata lo stesso male, ma forse anche no, forse sarebbe stata tutta un’altra storia. Anche perché tutti i problemi che può avere il calcio italiano continueranno lo stesso ad esserci, perché se non si è riuscito a risolverli (come se fosse facile…) dopo le figuracce del 2010 e del 2014, di certo non si risolveranno adesso, e il dibattito generale non aiuta certamente a renderli chiari.

Provo a dare la mia interpretazione, ribadendo che, però, si tratta di una situazione complessa e una somma di tante componenti che non possiamo conoscere. Certamente l’atteggiamento tattico di Ventura non è stato coerente, in quanto ha cercato di piegare le qualità dei talenti a un’interpretazione di gioco molto rigida. Se all’inizio del girone di qualificazione ha provato diversi sistemi di gioco (sempre, però, con la stessa interpretazione di base), andando avanti – come è normale che sia – ha continuato a proporre con continuità un unico sistema di gioco, il “suo” 4-2-4, che prevede l’innesco diretto di una delle due punte che, con combinazioni “a memoria” con il compagno di reparto, riallarga su uno degli esterni,  liberando contemporaneamente spazio che può essere occupato da un centrocampista apre il campo all’esterno del lato debole. Un’interpretazione di gioco molte volte troppo statica, ripetitiva e quindi prevedibile, ma che, ha soprattutto sacrificato le qualità associative di Insigne, Verratti e Jorginho, i tre talenti attorno ai quali si sarebbe potuto costruire qualcosa di diverso. Tuttavia, la storia insegna che le competizioni fra nazionali sono diverse di quelle fra club e che è più redditizio proporre contesti di gioco “meccanizzati” piuttosto che provare, in così poco tempo, a inventarsi un’idea di gioco innovativa.

Paradossalmente, il più grande difetto di Ventura – ma questo è il mio giudizio da profano di calcio, ripeto – in questi due anni è stato quello di non aver avuto il coraggio di insistere nella sua idea di calcio (anche a costo, che so, di lasciare fuori Verratti o Insigne) oppure, al contrario, di stravolgerla completamente. E quest’ultima ipotesi, checché se ne dica, sarebbe stata una strada altrettanto difficile da percorrere. Così come era capitato a Cesare Prandelli, dopo buone intuizioni iniziali si è preferito un atteggiamento più conservativo, che si è rivelato in realtà un ibrido di scarso successo. E’ anche vero, però, che per provare altre soluzioni mancavano dei pezzi fondamentali (la penuria di terzini, ad esempio, che non riguarda soltanto l’Italia ma diverse squadre europee) o alcuni erano un po’ troppo logori (sì, ma chi avrebbe garantito qualità in costruzione e allo stesso tempo copertura, ad esempio, al posto di De Rossi?).

Insomma, siamo a casa, ma il perché non è così banale. Sicuramente, i protagonisti avranno tempo per pensare a cosa è stato sbagliato. E’ anche vero, però, che tolti i senatori (Buffon, Barzagli, De Rossi e forse anche Chiellini hanno annunciato il loro addio), quelli che restano sono universalmente riconosciuti dagli addetti ai lavori come talenti cristallini. Durante la gestione Ventura hanno giocato poco e forse questo ci può stare, o forse no, ma ormai è andata così e per fortuna toccherà a loro.

Il futuro allenatore della Nazionale avrà diversi problemi, ma non di certo quello di avere una buona materia prima a disposizione. Dovrà creare il contesto tecnico e tattico più adeguato senza cedere alle pressioni esterne. In pratica, non dovrà far altro che essere, come e più dei suoi predecessori, impopolare.

 

Giuseppe Palazzo

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