E perché dovremmo laurearci?

E perché dovremmo laurearci?

Il Corriere della Sera di domenica 11 settembre (si può leggere qui) denunciava con toni scandalizzati e indignati il fatto che il numero dei laureati in Italia tenda a diminuire e che l’Italia si ponga al 28° posto per percentuale di laureati nella fascia di età compresa tra i 25 e i 30 anni. “La crisi dei laureati”, titolava in prima pagina il Corriere con un pezzo di spalla vergato da Federico Fubini. A tale tema venivano dedicate le intere seconda e terza pagina.

In tutte le analisi, le interviste, i tentativi di comprendere il fenomeno, nessuno si è posto il semplice interrogativo: “Perché oggi, in Italia, un giovane diplomato dovrebbe iscriversi all’Università?”. Perché fare questa scelta, che ha dei costi economici, umani e temporali non indifferenti, a fronte di un futuro più incerto che mai? Non ci riferiamo soltanto al fatto che al termine della laurea non sarà facile trovar lavoro e la disoccupazione o l’emigrazione potrebbe essere un esito più che probabile. Ci chiediamo invece perché mai un diciottenne che esce dalle scuole superiori dovrebbe iscriversi a Medicina, ammesso che ne superi i test di ingresso, se, al termine di sei anni di studio, dopo un anno di tirocinio che termina con l’esame di Stato e di abilitazione alla professione, per diventare medico generico, deve fare altri due anni di specializzazione di medicina generale con corsi gestiti dagli ordini regionali dei medici e le Regioni con tutto il portato di clientelismo e favoritismi che conosciamo?

graduation-1449488_1920
Ci chiediamo perché mai un altro giovane a cui piacciono le lettere o gli studi umanistici e, magari, l’insegnamento, debba affrontare 5 anni di studio per poi dover svolgere altri due anni di TFA (tirocinio formativo attivo), vincere un concorso con lo sbarramento di test che di certo non assicurano il possesso di competenze (nel senso proprio di quelle competenze che si pretendono di insegnare agli studenti) per gestire una classe e promuoverne l’apprendimento?

Ci chiediamo perché mai un giovane brillante e bravo in matematica e fisica ai licei deve scegliere di iscriversi ad ingegneria, ammesso che ne superi i test d’ingresso, farsi 5 anni di studio pesantissimo e poi lavorare fuori dai confini della propria terra a 1.200 euro al mese, guadagnando meno di un bidello, con tutto il rispetto che si può avere per questa categoria? In altri termini ci chiediamo, e chiediamo al Corriere, perché mai un giovane deve scegliere di iscriversi all’università sapendo che essa non è sufficiente di per sé ad introdurlo nel mondo del lavoro perché occorre integrarne il percorso con specializzazioni, master, tirocini formativi, corsi di perfezionamento a costi onerosi per le famiglie e tempo in più che ne trasla l’uscita o l’ingresso nel così detto “mercato del lavoro” a 30 – 32 anni?

Ci stiamo accorgendo che, ad onta di qualsiasi buona intenzione di liberalizzare per sprigionare energie represse e sopite, stiamo “corporativizzando” sempre più l’accesso alle professioni? Stando così le cose crediamo che è già molto che la riduzione dei laureati tra i 25 e i 30 anni, dal 2005 al 2014, sia solo del 13%. Preferiremmo che si tornasse al sistema consolidato ed efficace di una volta: laurea – concorso- impiego, ridimensionando i “parcheggi” e non estendendoli a progressione geometrica.

Leonardo Giordano

Print Friendly, PDF & Email

Commenti