Eroe è chi strappa a morsi un istante dalla precarietà della vita. Cioè Pantani

Eroe è chi strappa a morsi un istante dalla precarietà della vita. Cioè Pantani

Ho un problema col ciclismo. Ogni volta che guardo una tappa in tv, la mia mente torna sempre a lui: Marco Pantani. Piccolo appunto non ininfluente: nel 1998, l’anno zero della mia linea del tempo, dove tutto si colloca prima o dopo Pantani, avevo appena un anno. Eppure le grandi salite del Giro e del Tour hanno un certo fascino – per me, oggi – solo perché lui un tempo le dominava. E anche quando assisto ad una bella vittoria, perfino a uno scatto micidiale che lascia gli avversari tramortiti – merce rara di questi tempi, dove ci sono sempre più passisti e meno scalatori e i grandi giri si vincono a cronometro – penso sempre, chissà perché, che lui avrebbe saputo vincere meglio.

Nel ’98, dicevo, avevo un anno. Per questo, tutto quello che conosco di lui (e cioè tutto), lo conosco grazie al web: le vittorie più belle, le interviste più celebri, gli aneddoti. In diretta non l’ho mai visto. Tuttavia, ho la sensazione che penserei lo stesso di lui anche se corresse ora. Solo lui – mai nessun altro – mi ha dato l’impressione di essere ciò che nello sport, in fondo in fondo, cerchiamo: un eroe. Badate: non parlo in senso metaforico, ma per  proprio un eroe  a tutti gli effetti, come quelli omerici. E di un poema… epico: la sua carriera. Anzi, la sua vita.

Il video è lungo, ma vale la pena guardarlo tutto. E’ la quindicesima tappa del Tour de France del 1998, Grenoble-Les Deux Alpes. Piove e fa freddo sin dalla partenza, l’arrivo è in salita e ci si aspetterebbe un attacco nella parte finale da parte di Pantani, fresco vincitore del Giro d’Italia a maggio, ma deve recuperare più di quattro minuti in classifica generale dal tedesco Jan Ullrich, in maglia gialla. Siamo a 90 chilometri dall’arrivo e il plotone sta salendo il Col du Galibier. Ed ecco l’imprevedibile. Il Pirata si mette in piedi sulla sua bici e prende qualche metro di vantaggio sugli avversari ad ogni pedalata (00:17-00:27, scatta così forte che rispetto agli altri sembra essere una moto per le riprese). Si stacca dal gruppone, si volta e vede l’arrivo di un possibile alleato, lo aspetta. Poi si alza ancora sui pedali e allunga, allunga, allunga (minuto 1:03 del video). Si risiede, rifiata, poi si alza ancora. Si risiede, rifiata, poi si alza ancora ( minuto 2:20). All’infinito (minuti 3:32, 4:53). Nessuno lo vede più. Ogni colpo di pedale è un colpo di spada che ferisce i nemici, e nelle sue gambe c’è la forza che basterebbe a sconfiggere un esercito intero. Distacca talmente tanto gli altri contendenti da prendersi il lusso di fermarsi per indossare la mantellina (7:18). E poi giù in discesa, per risalire fino a Les Deux Alpes con il suo stile, tipico non di chi vuole vincere, ma stravincere.

E con lui vinciamo tutti. Gli eroi sono eroi perché rappresentano tutti gli uomini e si ergono contro tutto e tutti per salvare qualcosa, un istante, dalla precarietà della vita. Sono mossi da una forza che non è solo quella dei muscoli, ma che agisce dall’esterno – per gli antichi Greci gli eroi sono ἔνθεος (entheos), “visitati dal Dio” – e li conduce verso ciò che nella vita è più affascinante, puro, intatto: un attimo di bellezza.

Ed è per questo che ci rivediamo in loro: perché ci ricordano che la dignità umana consiste nell’inseguire ciò che ci promette l’eterno, ovvero qualcosa di così grande che vorremmo non finisse mai. Marco Pantani arriva così, stremato ma divinamente ispirato, al traguardo. Con le braccia al cielo, per quel giorno si sente un po’ più uomo, e con lui tutti noi. O, almeno, abbiamo capito come si fa. Jan Ullrich lo ha perso sin da quando è scattato: arriverà con più di 9 minuti di ritardo, un divario abissale nel ciclismo moderno. Marco prende la maglia gialla e la conserverà fino a Parigi. Quel giorno, il 27 Luglio, il Pirata vincerà il Tour de France. L’accoppiata Giro-Tour non si ripeterà mai più nella storia.

C’è un minimo comune denominatore che accomuna tutti gli eroi, nonché tutti noi. La sorte, talvolta, si accanisce violentemente contro gli uomini e li lascia inermi, esausti, privandoli di raggiungere ciò verso cui tendono. Nel 1995, durante una tappa del Giro, viene investito da un’auto che non rispetta uno stop ed è costretto ad abbandonare la corsa. Nello stesso anno, durante la Milano – Sanremo, viene ancora colpito da un veicolo che percorre la strada in senso opposto: teme per la sua carriera. Nel 1997, ancora al Giro, un gatto che attraversa la strada lo fa cadere. Dopo tanti anni, durante un’intervista concessa a Gianni Minà, dirà che nella sua carriera ha subito tante <<sconfitte del destino, […] che ti sbarra la strada>>.

Nel 1999, mentre veste la maglia rosa, sembra ancora sul punto di perdere tutto. Nella quindicesima tappa che parte da Racconigi e arriva al Santuario di Oropa, a pochi chilometri dall’arrivo, un salto di catena gli fa perdere contatto con gli avversari. In quel momento rischia di perdere il Giro d’Italia, però non perde la speranza. Si rimette in sella e raggiunge i compagni di squadra, poi comincia la sua rimonta pedalando fino al traguardo praticamente in piedi, supera tutti i gruppetti dei fuggitivi e arriva in testa, vincendo la tappa. Rivedendo il filmato si ha l’impressione che vada veloce il triplo rispetto a tutti gli altri.

Di fronte alle avversità, il nostro eroe, come gli omerici Achille e Odisseo, non annega nel mare della lamentela. Rimangono la delusione e la frustrazione, ma insieme la consapevolezza che questa è una condizione dalla quale nessuno sfugge. E allora si erge contro il fato malevolo, nel tentativo di riaffermare con forza il suo (e nostro) desiderio di bene. Ma tutto questo non basta.

Con l’ira di Achille si apre l’Iliade. A Pantani succede il contrario. Il suo poema, anziché aprirsi, con l’ira si chiude. Marco Pantani viene sospeso per 15 giorni durante il giro del 1999 per livello di ematocrito leggermente oltre il consentito. Perde, così, quel Giro, a poche tappe dalla fine, mentre stava indossando la Pantanimaglia rosa. Non starò qui a chiedere come mai non sono state fatte contro-analisi o ad alimentare simili polemiche, ma un aspetto mi ha sempre interrogato: perché il ciclista più forte di quel momento – e probabilmente degli ultimi 20 anni – decide di non correre praticamente più, invece di dimostrare il suo valore vincendo ancora? Infatti, rifiuterà di partecipare al Tour successivo continuando a dichiararsi innocente, dicendo di essere vittima di una legge per la quale lui stesso si è mobilitato, facendo riferimento – in maniera velata – a un complotto per estrometterlo. Tornerà dopo un anno e mezzo, in condizioni pessime, quando ha già cominciato a fare uso di cocaina. Proprio un’overdose da cocaina lo porterà alla morte nel febbraio 2004 in una stanza d’albergo a Rimini, in circostanze ancora non del tutto chiarite. Mi dispiace per il finale. Allo stesso tempo, però, mi viene da dire che anche in questo frangente tutti noi vorremmo essere come lui: incontentabili.  Non gli basta sapere che gli sponsor gli sono rimasti fedeli, non gli basta vincere un’altra corsa per rimpiazzare l’altra che sostiene gli sia stata tolta. Come un figlio nuovo non può sostituire un figlio che non c’è più.

Insomma, Marco Pantani ha sempre avvertito in maniera atroce lo strappo, la contraddizione della vita tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è. Questo è stato il motore delle sue vittorie e, purtroppo, anche della sua triste fine. Ma sbaglia chi crede che gli eroi non muoiano o che nessuno possa sconfiggerli. Marco Pantani è caduto come cadiamo tutti noi uomini. Ma di quello che ci ha fatto sentire in cuore, di tutte le gesta grandi che ha compiuto, di tutto quello che ci ha fatto scoprire, niente è perduto. E chissà che proprio nella morte non abbia trovato quel che cercava quando si alzava sui pedali.

Giuseppe Palazzo

APPENDICE: Pro Nobis, Poesia di Davide Rondoni dedicata a Marco Pantani, tratta da qui

Pro Nobis

E adesso non devi vincere
più
ti levi in silenzio
sui pedali
sulla linea del mare – –
potevi far morire il ciclismo
due battute ai giornali
ma hai piegato sul petto
le ali delle vittorie, smarrito anche
il cinismo e come un Charly Parker
hai cercato notte e crepacuore –
Vinci per me adesso Pantani,
per le volte che mi cadono le mani,

il fiato in salita
non ce la fa, e

vinci braccia alzate
sulla linea dove crollano
le corse degli amori,
per i visi cari
che si perdono lontani –

pirata di noi che sbagliamo
guizza via dalle ombre
che allungano giorni vani,

lucertola sii ancora
della nostra anima
malata e vittoriosa –

continua a salire per noi, Pantani
vedi dopo la curva come trema
la luce del vento
l’aria grandiosa

 

Davide Rondoni (Forlì, 1964), da Apocalisse amore (Mondadori, 2008)

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