Il mare, le nuvole, i sogni: “Sotto le ciglia chissà”, i diari di Faber

Il mare, le nuvole, i sogni: “Sotto le ciglia chissà”, i diari di Faber

Pensieri e parole del poeta degli ultimi, di quel biondo ragazzo genovese che scriveva canzoni e viaggiava una vita.  Dal 5 aprile è disponibile in libreria “Sotto le ciglia chissà” (Feltrinelli), un volume che raccoglie il multiforme ingegno di uno dei più grandi cantautori italiani di tutti i tempi: Fabrizio De Andrè. Un poeta, che se è vero ne nascano due o tre in un secolo, come diceva Moravia, non doveva andarsene così presto.  Non solo musica la sua, ma poesie, testi, stralci di quotidianità, parole leggere, parole d’amore.

Di nuovo a svelarsi, Fabrizio, in versi e nostalgie, vita vissuta, da Via Del Campo fino a Tempio Pausania, una vita in anarchia, dell’anima prima di tutto, per lui, libertario e sognatore, che con irriverente intelligenza ha saputo mettere in luce le contraddizioni e le angosce del nostro secolo, sempre abile nel condensare varie tendenze e ispirazioni. “Era estroverso – ricordava un suo docente – non senza ingegno, ma strano; faceva i compiti in classe e li lasciava a metà.” 

E poi nelle sue notti insonne divorava Camus, Platone, Proust, Sartre, Hegel, Petronio, Apuleio, perché non c’è impegno che può essere disgiunto da una cultura, la cultura che rende possibile ciò che è improbabile. “Lessi Croce, l’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.” Umiltà e pietas, persino nei confronti dei suoi carcerieri (“Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai”.), per lui, borghese di nascita, ma così tremendamente vicino agli ultimi, ai sopraffatti, agli emarginati, che ne ammiravano il coraggio intellettuale e la coerenza artistica.

L’antologia è un melting pot di contenuti e riflessioni che raggiungono l’autentica essenza della realtà con aspra crudezza e metafore poetiche, e sempre con uno sguardo all’umanità respinta che cerca l’appiglio, alle persone normali oFabrizio_de_Andreperbene, eccezioni in un mondo dove i comportamenti si ripetono, le azioni si eguagliano. Duecento cinquanta pagine dal ritmo turbinoso e travolgente che, con la consapevolezza del tempo che passa e delle stagioni che si avvicendano (“Perché lo chiamano passato se non passa mai?”), ripropongono tutti i temi delle sue canzoni: la solitudine dello spirito, l’emarginazione dei vinti, la morte che coglie inesorabile, le iniquità del potere. La sua vita come un eterno vagabondare, come quel pendolo schopenhaueriano che oscilla tra la noia e il dolore (“La pigrizia può diventare un’arte se coltivata con metodo”): l’infanzia borghese, la famiglia, il rapporto conflittuale col padre e poi le nozze con Puny e la nascita di Cristiano, il secondo matrimonio con Dori e poi Luvi, Genova e il mare, la Sardegna e il sequestro di persona, la sua storia cantautorale con i suoi tredici album, l’alcol e le accuse di filo brigatismo, una vita, insomma, in bilico tra esistenzialismo e contestazione. Beffardo e profetico, Fabrizio ha cantato l’attualità e lo scempio, con la tranquillità di chi parla di qualcosa di inesorabile.

Fabrizio+De+Andr+faberE allora perché non riappropriarsi di pensieri così nitidi e attuali, magari in una sera d’estate dove ci si sente di avere vent’anni per sempre, o all’ombra dell’ultima quercia, o ancora, in un’uggiosa domenica pomeriggio autunnale? “Leggere le sue carte significa scorrere quaderni, fogli sparsi, libri, agende, buste, sacchetti per rifiuti messi a disposizione da compagnie aeree. Vuol dire sfogliare qualsiasi pezzo di carta sul quale potesse appuntare un’immagine nell’istante stesso in cui affiorava […]. Fabrizio annotava in maniera istintiva e quasi maniacale impressioni, ricordi, detti popolari imparati nei carruggi di Genova o appresi dai contadini della Gallura, ricette, citazioni. In questo mare di appunti si trovano le idee che avrebbero dato vita alle sue canzoni” – ricorda Dori Ghezzi che ha selezionato l’immenso materiale, conservato oggi al “Centro Studi Fabrizio De Andrè” presso l’Università di Siena. È, inoltre, online su www.fabriziodeandre.it, il primo sito ufficiale dedicato alla vita e alle opere di Fabrizio, grazie al quale è possibile addentrarsi  nel suo giardino incantato di venditore di emozioni.

Era un uomo dall’aria triste e meditabonda, Fabrizio, la sua musica è per coloro che amano tramontare, perché l’esistenza è fatta di fenomeni pulviscolari, perché c’è sempre qualcosa d’ineffabile che ci sfugge, perché nel nulla innocente di ogni giorno, portati via, abbandonati e ripresi, alla deriva, siamo costanti nel chiederci “Cosa resta?”. Resta l’amore: per un uomo, una donna, un’idea, l’azione, la vita. All’inconsistenza della modernità liquida, all’horror vacui della quotidianità, si oppone la vita stessa che resiste al vuoto di senso (“Quello che non ho è questa prateria per correre più forte della malinconia”).

Quale l’attualità di un Faber così intimistico? Questa: bisogna avere la capacità di sentire l’esistenza della profondità, che per tutti noi alla ricerca di un senso, nonostante domani sarà un giorno lungo e senza parole, un giorno incerto di nuvole e sole, c’è una speranza per chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col proprio marchio speciale di speciale disperazione.

Veronica Mestice

Print Friendly, PDF & Email

Commenti