Il Fertility Day non sarà una gran trovata, però…

Il Fertility Day non sarà una gran trovata, però…

La campagna del Fertility Day non brilla per tatto e buongusto? Vero. Lo Stato dovrebbe garantire a tutti le condizioni economiche per procreare? Giusto, almeno in teoria. La procreazione dovrebbe essere un desiderio e non una sorta di obbligo civile? Ovviamente.

Chiarito questo, però, devo dire che la vicenda ha sortito un positivo effetto: richiamare il dibattito pubblico su un tema che merita attenzione e di cui si parla troppo poco. Dicevo delle (prevedibili) reazioni indignate, che partono sì da una comprensibile disapprovazione per un’iniziativa dal tenore invasivo (come tutte quelle volte in cui lo Stato vuole indicare una strada al privato di ciascuno), ma spesso tradiscono altro, ovvero l’indisponibilità a giudicare con sincerità un problema – grave e oggettivo come il calo delle nascite – sentendosene, anche solo in parte, responsabili.

Ecco, mentre ne scrivo mi viene da pensare che sia questo il cancro del dibattito di opinioni del nostro tempo, soprattutto in rete: una certa indisponibilità a riconoscere le proprie responsabilità. La colpa è sempre di un altro: i politici, lo Stato, il Governo ladro, gli ignoranti del web.

Ebbene, quando parliamo del calo delle nascite non stiamo toccando uno dei problemi del nostro tempo (quelli da slogan: gli stipendi dei politici, gli aerei di Stato, la carta igienica nelle scuole etc…) stiamo parlando del problema, del vero dramma sociale e politico dal quale tanti altri conseguono. Il disastro delle pensioni? E’ legato a questo. La chiusura di tante scuole e servizi e la delocalizzazione di tanti docenti e impiegati? A questo. Lo sviluppo del Mezzogiorno? Impensabile senza una ripresa delle nascite. Le difficoltà dell’immigrazione? Legatissime a questo, se è vero, come è vero, che stiamo accogliendo immigrati anche per risanare il nostro sistema pensionistico.

C’è poi un secondo aspetto, più ampiamente “culturale”, di mentalità. Giovenale, nei tempi molli di Roma Antica, scriveva: “Soffriamo i mali di una lunga pace; più funesta delle armi, la lussuria ci opprime”. Anche noi, come generazione, soffriamo quelli di un lungo benessere, e il benessere genera egoismo (“se io ho bisogno di tanto, non c’è spazio per un altro), l’egoismo genera richiesta di garanzie eccessive. Tutto, non il minimo, deve essere a posto nel minimo dettaglio prima di fare il passo. Si finisce, spesso, per non farlo in tempo. I casi di persone che hanno atteso troppo e poi si sono pentite perché non hanno potuto procreare sono diffusi e reali, non li ha inventati la Lorenzin.

Statuetta antica di divinità della fertilità
Statuetta antica di divinità della fertilità

Su un punto, cioè, dobbiamo essere sinceri: una (buona) parte di quelli che non fanno figli, non lo fanno perché mancano i requisiti essenziali (il pane, un tetto, l’istruzione, le cure minime, uno stato sociale minimo: in Europa ci sono e mancano, paradossalmente, proprio nei Paesi in cui i figli si fanno), ma quei bisogni che la mentalità capitalistica ha fatto passare come essenziali: una certa casa in un certo luogo, un certo viaggio per l’estate, un certo lavoro di una certa qualità con una certa retribuzione, una serie di abitudini che ci hanno sopraffatti. L’abitudine al sacrificio (privarsi di qualcosa per un bene più grande, cioè sacro… e cosa c’è più sacro della vita?) è merce rara e, oggi, molto poco europea.

Un appunto finale. Ho trascorso i primi quattro anni della mia vita matrimoniale nella speranza di una gravidanza che non arrivava. Ci sono stati momenti non facili di scoramento, dispiacere, speranze deluse. Ho sentito dire (lo ha scritto anche Saviano) che una campagna per la procreazione offenderebbe le persone che non possono procreare. Non credo: proprio chi desidera sinceramente incita l’altro a “cogliere” l’occasione che  a lui non è data.

Invitare a cogliere l’occasione nel giusto tempo (ovviamente per chi lo desidera) non può essere slogan di Stato, però non è un delitto, e in un rapporto amichevole può essere un ragionevole invito che interpella anche la concezione della vita: un calcolo o una possibile avventura? Sistema matematico oppure – è proprio il caso – possibile “Imprevisto”?

Pino Suriano

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