Ho fatto un selfie col Ministro Fedeli. E’ successo davvero, il 7 febbraio scorso, al Safer Internet Day di Roma. “Ministro, vuole fare un selfie con un insegnante?”. Purtroppo il primo non è venuto bene, ma non me ne sono accorto certo io: “Professore, è venuto in controluce: rifacciamo?”. Il guaio è che l’abbiamo rifatto nello stesso punto altre due volte. E così, alla fine, non ho fatto un selfie con Valeria Fedeli, ne ho fatti quattro.

Entrato in confidenza – è stata gentile davvero – ho ritenuto di poterle anche scrivere. Ho pensato di chiedere a lei, datore di lavoro “ultimo” e apicale, una conferma sul mio operato. Che dite, le mando questa lettera?________________________________________________________________________

Signor Ministro,
sono il prof di Lettere con cui ha fatto il selfie al Safer Internet Day (non mi chieda però cosa significa: insegno Lettere, non Inglese; e comunque no, non si agiti, non lo chiederò neppure io a lei). Rifletto spesso sulla mia capacità di declinare correttamente le famose “competenze”: le chiedo, in merito, un parere.

Ne prendo una a caso: “Utilizzare gli strumenti fondamentali per una fruizione consapevole del patrimonio artistico e letterario”. Fruizione consapevole? Per me è saper ascoltare una canzone come quella presentata a Sanremo da Fiorella Mannoia (“Che sia benedetta”) senza dire “bellissimaaaaaa” al primo ascolto e magari conservare l’aggettivo per il giorno dopo, quando la Mannoia salirà sul palco per cantare “Sempre e per sempre” di De Gregori. Fruizione consapevole, insomma, è saper distinguere un capolavoro di semplicità e delicatezza da un predicozzo artefatto e luogocomunista.

img_6216
La rubrica “Professore Misterioso” del quotidiano Il Foglio

Fruizione consapevole, per dire, è anche non entusiasmarsi emotivamente per un discorso in piazza di Alessandro Dibattista, svelarne la semplificazione comunicativa spacciata per informazione e profondità spirituale. Gli alunni dovrebbero comprendere (è pura anlisi del testo) il fatto che espressioni come “guardatemi negli occhi”, la ripetizione di perifrasi come “regalo alle banche” o altre del tipo “li abbiamo scoperti” e “non hanno più vergogna”, non sono fattori di correttezza informativa, né tantomeno – si è sentito dire anche questo – di “profonda umanità”. Non vale solo per Dibattista. Con Salvini, diciamo, l’esercizio è più semplice, ma anche Renzi ha dato il meglio con la lettera da Libro Cuore sul babbo che “mi ha tolto le rotelline dalla bicicletta, mi ha iscritto agli scout – purtroppo sto citando – mi ha accompagnato trepidante a fare l’arbitro di calcio”. E allora ha ragione da vendere Antonio Spadaro, Direttore de La Civiltà Cattolica, quando scrive che “ieri la sfida era verità o eresia; oggi verità o propaganda retorica ed emozionale”.

Noi di Lettere, al biennio, insegniamo pure Geostoria. Utilissima anche lei. Un’altra bellissima competenza (asse storico-sociale) recita così: “Comprendere […] il cambiamento e la diversità […] attraverso il confronto fra epoche e attraverso il confronto fra aree geografiche e culturali è il primo grande obiettivo dello studio della storia”. Nel periodo del referendum sulle trivelle, lo scorso anno, i ragazzi dicevano spesso la parola “sfruttati”, parlando di sé stessi e del “popolo lucano”, con un tale strazio che ho dovuto far vedere immagini e dati (mortalità infantile in Africa, per esempio) per far davvero capire chi sono e dove sono, davvero, gli sfruttati del mondo. Hanno smesso di usare per sé quella parola.

img_5009
Valeria Fedeli e Pino Suriano (il selfie)

La conoscenza di un orizzonte più largo ci sposta sempre dalla piccolezza del nostro punto di vista. E quale dono più grande del decentramento da sé? Arrivo così a lei, alla signora Letteratura. Chi lo dona meglio, questo spostamento d’asse, di colei che ci fa entrare gratis, soli e non visti, in storie e vite altrui (narrativa) o addirittura negli altrui cuori (poesia)? E dunque a cosa serve la letteratura? Qui, più che alle competenze, mi affido all’autorità: “L’educazione umanistica dovrebbe insegnare a pensare […] però la vera educazione a pensare non riguarda affatto la capacità di pensare, ma piuttosto la scelta di cosa pensare. […] Se sarete abbastanza coscienti da darvi la possibilità di scegliere, voi potrete scegliere di guardare in un altro modo a questa grassa signora super-truccata e con gli occhi spenti che ha appena sgridato il suo bambino nella coda alla cassa. Forse non è sempre così. Forse è stata sveglia per tre notti di seguito tenendo la mano del marito che sta morendo di un cancro alle ossa”[…]

Diceva questo, dell’educazione umanistica, David Foster Wallace (“Questa è l’acqua”, 21 maggio 2005). Parlava della capacità, anzi della scelta, di “guardare in un altro modo”, di guardare oltre sé, di decentrarsi per guardare meglio. La letteratura aiuta a farlo. Lo esprime sinteticamente una frase sputtanata ma bellissima, che non è, come si dice per errore sul web, di Platone o Mazzacurati, ma di Ian McLaren, sconosciuto pastore protestante dell’Ottocento. E in fondo, fosse anche dei Baci Perugina, resterebbe bellissima: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”.

Auguro ai miei ragazzi di poterlo essere.

Lei cosa ne pensa?

Pino Suriano

Print Friendly

Commenti