C’è, in noi, un “calabrone che ronza sempre”, ma quel fastidio è benedetto

C’è, in noi, un “calabrone che ronza sempre”, ma quel fastidio è benedetto

“Su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene”. Luigi Pirandello, Serafino Gubbio Operatore

“Le ho chiesto di andare in bagno, professore, perché le sue parole mi danno fastidio, non le sopporto, mi mettono ansia”. Ero in classe e le parole che ferivano, fino a suscitare un fastidio in quella mia alunna, non erano le mie. Erano quelle di Edgar Lee Master, epitaffio di George Gray dall’Antologia di Spoon River: “[…] Dare un senso alla vita può sfociare in follia/ma una vita senza senso è la tortura/dell’inquietudine e del vago desiderio -/è una nave che anela al mare/eppure lo teme.”

shield-728532_1920Che cos’era quel fastidio? Ho provato a parlarle, volevo capire. Non ha saputo spiegarmi più di tanto, si sentiva confusa (e come può non esserlo una ragazza di tredici anni?); nei giorni successivi, l’ho scrutata, seguita con gli occhi, sono stato attento a ogni sua affermazione, a ogni suo sospiro, a quell’inquietudine che di tanto in tanto riemergeva anche nei gesti, nelle movenze. Solo allora ho cominciato a comprendere.

C’era qualcosa di grande in quel fastidio, non la solita antipatia tra docenti e alunni, era come se quelle parole la riguardassero troppo e perciò erano insopportabili, svelavano, in un attimo,  lei a lei stessa, l’abisso tremendo del suo cuore e un anelito troppo grande, una promessa troppo vera, un richiamo troppo forte. La nave del poeta, ormai, non era solamente una nave poetica e lontana, era lei stessa, così desiderosa di lanciare il suo sguardo su un mondo meraviglioso. Era proprio lei, tutta protesa verso la vita che prometteva grandezze e nello stesso tempo faceva tremare i polsi, magari già deludeva; così era meglio non pensarci, non rimanere sull’orlo di quell’abisso, evitare quella vertigine, far rimarginare in fretta quella ferita, dimenticare il fastidio, correre in bagno. Aveva fatto un’esperienza eccezionale, non ne era consapevole, come non lo è ancora, ma la realtà accade e colpisce senza chiedere il permesso.

Luigi Pirandello, da wikipedia
Luigi Pirandello, da wikipedia

Ma è possibile davvero guardare quella vastità da cui ti senti attratto, senza retrocedere, senza cedere, cioè, a quel fastidio? Si può rimanere esposti alla Grandezza, senza uscir di senno? Nei suoi Quaderni di Serafino Gubbio operatore, Pirandello, a un certo punto, racconta che l’uomo ha in se’ qualcosa, “un di più”, causa del suo tormento: “[…]Avanti! Avanti perché non s’abbia tempo né modo d’avvertire il peso della tristezza, l’avvilimento della vergogna, che restano dentro, in fondo. Fuori, è un balenìo continuo, uno sbarbàglio incessante: tutto guizza e scompare. Che cos’è? Niente, è passato! Era forse una cosa triste; ma niente, ora è passata. C’è una molestia, però, che non passa. La sentite? Un calabrone che ronza sempre, cupo, fosco, brusco, sotto sotto, sempre. Che è? Il ronzìo dei pali telegrafici? Lo striscìo continuo della carrucola lungo il filo dei tram elettrici? Il fremito incalzante di tante macchine, vicine, lontane? Quello del motore dell’automobile? Quello dell’apparecchio cinematografico? Il battito del cuore non s’avverte, non s’avverte il pulsar delle arterie. Guai, se s’avvertisse! Ma questo ronzìo, questo ticchettìo perpetuo, sì, e dice che non è naturale tutta questa furia turbinosa, tutto questo guizzare e scomparire d’immagini; ma che c’è sotto un meccanismo, il quale pare lo insegua, stridendo precipitosamente. Si spezzerà? Ah, non bisogna fissarci l’udito. Darebbe una smania di punto in punto crescente, un’esasperazione a lungo insopportabile; farebbe impazzire.[…]”.

"Non voglio vedere"
“Non voglio vedere”

Secondo Pirandello, l’unica chance, seguendo l’onda omologante e omologata del pensiero comune, sarebbe non fissarci troppo l’udito, su quel ronzio, “correre in bagno”, distrarsi per non sentire il peso della tristezza, ritornare nel recinto delle false sicurezze. Come è amaramente sarcastico in questa constatazione! Eppure solo qualche pagina più in là pare intravvedere un’altra possibilità:“[…] forse quel tormento è segno e prova […] di un’altra vita oltre la terrena. […] Su la terra l’uomo è destinato a star male, perché ha in sé più di quanto basta per starci bene, cioè in pace e pago. E che sia veramente un di più, per la terra, questo che l’uomo ha in sé (e per cui è uomo e non bruto), lo dimostra il fatto, ch’esso – questo di più – non riesce a quietarsi mai in nulla, né di nulla ad appagarsi quaggiù, tanto che cerca e chiede altrove, oltre la vita terrena, il perché e il compenso del suo tormento.”

Il fastidio o la tristezza sono un indizio dell’esistenza dell’assoluto, l’infinito testimonia di se’ nel chiuso del cuore: cercare e chiedere “altrove”, potrebbe diventare l’alternativa alla pazzia. Gridare a quel Mistero che, come scriveva Mann, “dà fuoco e tensione ad ogni nostra parola”, la possibilità di non ritornare a nascondersi.  E allora, proprio per questo, ritornerò dalla mia alunna, ogni mattina, per ricordarle quello che le è accaduto e dirle che quello strano tormento è la sua più grande benedizione, la sola possibilità per vivere davvero,  perché la Bellezza infinita, di cui il cuore di ognuno è colmo di fastidiosa nostalgia, non ha disdegnato di scendere sulla terra, per rendere presente nei nostri luoghi, “quell’altrove”,  colmando l’abisso smisurato del nostro io, con un amore senza misura.

Michele Borraccia

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