Il giorno di Dario e Bob

Il giorno di Dario e Bob

Se ne è andato, Dario Fo, nel giorno del Nobel per la Letteratura, il suo Nobel. Un imprevisto, quasi una suggestione. Quel Nobel che aveva diviso tanto gli intellettuali quanto il popolo, cosi come Dario Fo ha diviso in ogni sua uscita. In teatro, in tv o sui giornali, quando parlava ne veniva miele per quelli e veleno per quegli altri. Anche nel giorno del commiato del grande attore le voci sono divise tra l’”immensa gratitudine” di Saviano e il “nonno di Salò” su Libero.Dario_Fo_in_Venice_Film_Festival_02

Di lui, in realtà, chi scrive sa poco più di ciò che riflettono i giornali. Per noi che abbiamo conseguito la maggiore età nei duemila, il compagno Fo è poco più che uno sconosciuto. E’ già storia. Lo incrociamo nelle antologie scolastiche come si incrocia un Boito. Lo abbiamo visto qualche secondo nei Tg, nei servizi sui 5 stelle che ha spalleggiato fino all’ultimo, o in quelli di questi giorni sul referendum, Mistero Buffo per caso su uno di quei canali dove ogni tanto danno vecchi sceneggiati tipo Napoleone a sant’Elena. Persino leggendo i giornali di oggi l’impressione è che Dario Fo non c’entri molto con noi. Che sia un uomo del passato. Così come sembrano lontane tutte le diatribe sul suo attivismo, sulle ombre e le luci che lo hanno reso protagonista negli anni che ormai sono stati, furono. L’impressione che in fondo non abbia parlato a noi. A noi, a cui nessuno ha mai spiegato il grammelot. Noi che non sappiamo nulla di Bologna e Piazza Fontana, di Pinelli e Calabresi. Noi che le barricate non le abbiamo mai viste, neanche negli occhi dei padri. Noi che siamo diventati grandi all’improvviso con l’11 settembre.

Il Nobel per la letteratura 2016 invece è stato assegnato a Bob Dylan, finalmente e con buona pace anche dei puristi. Dylan è presente. Dylan canta ancora. Sa parlarci. Anche quando non canta. Anche se smettesse di cantare. Anche se non sai neanche chi sia. Dylan è ormai un vecchietto. Ed ha ragione uno scrittore come Doninelli a dire che questo premio Nobel non è poi cosi rivoluzionario perché Dylan è già un classico. Oggettivamente pare più un premio alla carriera. Eppure per quanto possa essere in decadenza come artista o come personaggio, Bob Dylan e la sua opera continuano a ed essere presenti nel contemporaneo e ad essere significativi oltre le età e i luoghi. Viva il Nobel. L’accademia di Stoccolma lo ha premiato perché ha “creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”. Un modo come un altro per dire che rientra a pieno titolo tra i poeti. Sembra quasi creata ad hoc la polemica sul fatto che le canzoni possano o meno considerarsi letteratura. Dylan con le sue canzoni ha raccontato mille storie mille angoli del mondo e dell’esistenza con le parole che solo la poesia sa trovare:

I’m touched with desire/What don’t I do?/Through flame and through fire/I’ll build my world around you./Beyond the horizon, at the end of the game/Every step that you take, I’m walking the same [Mi assale il desiderio/Cos’è che non farei?/Nel fuoco e nelle fiamme/costruirò il mio mondo intorno a te./Oltre l’orizzonte, alla fine dei giochi/Ogni passo che tu fai è lo stesso che faccio io] (Beyond the horizon, Modern times, 2006)

Personalmente ho incontrato dapprima il Dylan degli inizi, quello folk di Freewhelin’ e la prima canzone in cui mi sono imbattuto è stata ovviamente Blowin’ in the wind. In un libro di scuola, credo un’antologia, c’era un piccolo box colorato di verde in cui era riportata la prima strofa in inglese e in italiano: “How many roads must a man walk down..”. Quante strade deve percorrere un uomo? Avevo forse quattordici anni, ma ricordo che mi fermai sulla pagina affascinato da quella domanda cosi semplice eppure carica di una suggestione. Al di là del tema della canzone (il cosiddetto “messaggio”) che potrebbe riguardare la guerra o la cattiveria o quello che volete, al di là delle spiegazioni restava il fascino di quella domanda, la sensazione che fosse importante e misteriosa. E in quelle canzoni che ancora duravano pochi minuti c’erano tanti e tanti versi incredibili.

 

Bob_Dylan_in_Toronto1

Ho scoperto dopo le centinaia di canzoni che ha scritto, che ha cantato (Dylan insieme alle sue canzoni ha costantemente riarrangiato e cantato tantissime altre canzoni, dalle stupende ballate tradizionali, ai gospel, a quelle di tanti cantanti contemporanei), e poi le mille versioni di ognuna (di Dylan sono stati pubblicati 12 Bootleg, ossia raccolte di registrazioni non ufficiali realizzate principalmente nei concerti ricche di versioni alternative di molti brani; la prima di queste raccolte è stata disco d’oro negli Usa).
In un film su Dylan del 2007 diretto da Todd Haynes, la sua figura veniva raccontata attraverso sei storie diverse con sei protagonisti diversi interpretati da sei attori diversi ed il film portava il titolo di una sua canzone mai pubblicata: I’m not there, io non sono qui.

E’ vero, Dylan non è mai in un posto solo. C’è un movimento infinito nelle sue canzoni, nel suo percorso. A volte sembra caotico e confuso, altre volte pacato e riflessivo. E c’è spesso l’immagine della strada, che sia una mulattiera o l’highway 61, c’è l’immagine dell’andare, che sia tornare o che sia scappare, si è in viaggio, travellin’.

I’m a-leaving’ tomorrow, but I could leave today,/Somewhere down the road someday./The very last thing that I’d want to do/Is to say I’ve been hittin’ some hard travelin’ too.

[Devo partire domani, ma potrei partire oggi,/Da qualche parte, lungo la strada, un giorno/L’ultima cosa che voglio fare/ E’ poter dire che ho fatto anch’io tanta strada] (Song to Woody, Bob Dylan, 1962)

Ha anticipato e percorso tutte le strade che il secolo gli ha offerto, ha attraversato ogni esperienza senza sostare mai troppo a lungo in un particolare. Ma non ci sono tanti Dylan, come nel film. Ce n’è uno che non vuole essere schiavo di nessun padrone, neanche dell’immagine di sé. È impressionante in tante canzoni la denuncia di un mondo che cerca di farti suo. Si diceva guadagnare il mondo intero…

Disillusioned words like bullets bark/As human gods aim for their mark/Made everything from toy guns that spark/To flesh-colored Christs that glow in the dark/It’s easy to see without looking too far/That not much Is really sacred. […] A question in your nerves is lit/Yet you know there is no answer fit/to satisfy Insure you not to quit/To keep it in your mind and not fergit/That it is not he or she or them or it/That you belong to.
[Parole di disillusione scoppiano come proiettili/mentre divinità umane prendono la mira per i loro obiettivi/costruiscono di tutto, da armi giocattolo che scintillano/a Cristi color carne che splendono al buio/è facile da capire senza dover guardare molto lontano/che non c’è molto di veramente sacro. […] Una domanda si illumina nei tuoi nervi/anche se sai che non c’è alcuna risposta appropriata/per soddisfarti, assicurarti e non abbandonarti/per trattenere nella tua mente e non dimenticare/che non è a lui o a lei o a loro o ad esso/che tu appartieni] (It’s all ricght ma (I’m only bleeding), Bringing it all back home, 1965)

 

Well, the whole world is filled with speculation/The whole wide world which people say is round/They will tear your mind away from contemplation/They will jump on your misfortune when you’re down/Ain’t talkin’, just walkin’/Eatin’ hog eyed grease in a hog eyed town./Heart burnin’, still yearnin’/Some day you’ll be glad to have me around.

[L’intero mondo è colmo di speculazione/Quel vasto mondo che dicono tondo/Strapperanno via la tua mente dalla contemplazione/Danzeranno sulle tue disgrazie quando sarai a terra./Non parlo, soltanto cammino/Mangio grasso di maiale in una città di maiali/Brucia il cuore, ancora si strugge/Un giorno sarai felice di avermi intorno] (Ain’t talkin’, Modern Times, 2006)

Parla ancora Dylan e parla anche a noi che di Kennedy e di Dallas non sappiamo nulla, e neanche del Vietnam, ma quando la chitarra parte in ¾, e poi come gather ‘round people, wherever you roam ci sentiamo all’improvviso convocati, anche noi, senza nessuna piazza e nessuna bandiera, col desiderio di cambiare le cose. Sappiamo invece dei nuovi re, ricchi e cardinali che sono tristi se noi piangiam (grazie signor Fo) e che in fondo devi servire qualcuno/Sia esso il Diavolo o il Signore,/ma qualcuno lo devi servire” (Gotta serve somebady).

Il verso che mi ha sempre colpito più di tutti è un urlo straziante: e anche se i padroni fanno le leggi/per i saggi e per gli stolti,/io non ho niente, mamma, per cui vivere. Ciò che però di Dylan ho più caro è il senso dell’attesa, che nei racconti delle glorie e delle miserie del mondo e di un’epoca riaffiora in ogni pausa e in ogni sospiro. 

My wretched heart’s pounding/I felt an angel’s kiss/My memories are drowning/In mortal bliss/Beyond the horizon, in the Springtime or Fall/Love waits forever for one and for all.

[Corre e corre il mio cuore infelice/sento il bacio dell’angelo/mentre le mie memorie annegano/nella beatitudine dei mortali/Oltre l’orizzonte, nei Verdi anni o nell’Autunno della vita/amore sempre aspetta, per uno e per ognuno] (Beyond the horizon, da Modern Times, 2006)

E per questo ci parla ancora il suono di quell’armonica che ulula come il vento sulle torri di guardia nella notte, sentinella, finché la luce dell’alba riveli la sua speranza sul mondo.

Gabriele Raimondi

APPENDICE

ALL ALONG THE WATCHTOWER 

“Dev’esserci un modo di uscire di qui”,

disse il giullare al ladro,

“C’è troppa confusione,

non riesco a trovare sollievo.

Uomini d’affari bevono il mio vino,

contadini scavano la mia terra,

nessuno di loro lungo il confine

sa quale sia il valore di ciò”

“Non c’è motivo di allarmarsi”,

disse il ladro gentilmente

“Ci sono molti qui tra noi

che pensano che la vita sia solo uno scherzo.

Ma tu ed io ci siamo passati

e non è questo il nostro destino,

perciò, basta parlare in maniera falsa adesso,

l’ora si fa tarda.”

Lungo le torri di guardia,

principi osservavano

mentre le donne andavano e venivano

e anche i servitori scalzi.

Fuori, in lontananza,

un puma ringhiò,

due cavalieri si avvicinavano,

il vento cominciò ad ululare.

(All along the watchtower, John Wesley Harding, 1967)

 

Print Friendly, PDF & Email

Commenti