Scuola e lavoro: il falegname fece lezione ai due prof

Scuola e lavoro: il falegname fece lezione ai due prof

“ Gigino si sentì addosso gli occhi della madre e delle due sorelle, ma non alzò la testa dal piatto. La cameriera tornò in cucina e la signora ripeté: – E allora?  –  Ho parlato con tutti i professori e col preside –  spiegò il padre – hanno detto che va ancora peggio dell’anno scorso”. Gigino aveva quattordici anni ed era in seconda media: ripetente della seconda, dopo aver fatto per due anni la prima. […] Era un ragazzo timido, di quelli che parlano poco, ma quella volta la disperazione lo prese e parlò:  “Non voglio più andare a scuola, voglio fare il meccanico”La signora scattò in piedi e diede uno schiaffo a Gigino.

 Racconti di Don Camillo, Giovannino Guareschi

Insegnavo in una scuola paritaria, la scuola religiosa dei Salesiani di Don Bosco a Taranto, e assieme al preside, dato il momento non favorevole per le scarse iscrizioni e la lentezza delle erogazioni ministeriali, decidemmo di chiedere ad alcuni imprenditori del territorio di aiutarci, coinvolgendoli in alcuni progetti che avremmo voluto attuare. Decisi ed entusiasti, contattammo alcuni tra i più noti e stabili imprenditori della zona per chiedere un incontro. Come andò a finire? Molti di loro ci offrirono appena un caffè, per nulla interessati alla nostra proposta, altri presero nota (probabilmente finsero), altri (a questo punto i più sinceri) accamparono obiezioni per defilarsi.

Ma uno no, ricordo bene. Era un falegname. Un po’ imbarazzati, io e il preside raccontammo la storia del nostro istituto, la crisi in cui versava e le idee che avevamo per risollevarlo, ma lui noninterno storia ci diede il tempo di finire:  “Professori, in questo momento non posso aiutarvi economicamente, ma possiamo avviare insieme una scuola di falegnameria e magari trasformarla in una vera attività imprenditoriale. Portate qui i vostri ragazzi, li formiamo e partiamo”.

Sembrava deciso. Così deciso che questa volta fummo io e il preside a guardarci scettici, proprio come gli altri imprenditori, prima, avevano guardato noi. Cosa facemmo? Prendemmo tempo… e alla fine, per la verità, fummo noi a congedarlo. Mentre stavamo per andarcene, lui ci inseguì: “Prof il bigliettino, almeno il bigliettino da visita. Ci risentiamo. Ci tengo”. Quel bigliettino è rimasto un mese nella mia auto, poi l’ho perso di vista. Si parlava già dell’alternanza scuola-lavoro, ma nessuno ci credeva, neppure noi del mestiere. Anzi, ancora non ci crediamo. Pensiamo che la scuola sia un’altra cosa, da separare dal lavoro.

Quel falegname fu più maestro di noi. Anzi, fu maestro noi. Altro che “impresa formativa simulata”. Ma noi, forse, siamo fermi al nostro modo di operare, al nostro modo di intendere la conoscenza e la ricerca e, in fondo, non siamo aperti. Forse non volevamo che i nostri studenti liceali potessero fare cose da “semplici falegnami”, che imparassero subito da un maestro. Volevamo che i nostri studenti imparassero dai libri, solo e unicamente dai libri.

don camillo e pepponeLa mia storia finisce così, nel niente di un’occasione mancata. Non quella di Don Camillo e Gigino. Quest’ultimo, infatti, esasperato dai rimproveri della madre, scappa di casa e si rifugia in canonica da don Camillo. Il don lo porta a fare pratica da Peppone, che, guarda caso, è proprio un meccanico. Solo dopo qualche tempo il padre lo ritrova e va in officina da Peppone per chiedere di lui. Peppone risponde:

E’ nato per fare il meccanico.  Fra un anno non saprò più cosa insegnargli e bisognerà mandarlo in città a lavorare nella meccanica di alta precisione. Don Camillo e il padre di Gigino tornarono in silenzio in canonica“Cosa dico a mia moglie”? domandò sgomento il padre di Gigino. Don Camillo lo guardò:  “dica la verità: Lei è contento di aver preso una laurea e di essere finito caporeparto in un ufficio statale? “Il mio sogno era di diventare specialista dei motori a scoppio” sospirò il padre di Gigino. Don Camillo allargò le braccia e disse: “dica questo a sua moglie”. Lui rispose: “Mio padre era il miglior tornitore della città. Buon sangue non mente”. 

Andrea Borraccia

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