“Il mio sì tutta la vita”

“Il mio sì tutta la vita”

Contro l’orrore degli slogan dei fautori del no – io voto/dico NO!; Renzi sul palco, NOi ovunque; CitofoNO; Schiforma (cit. Travaglio. No comment); Deforma ecc. – sento anch’io il bisogno di farmi uno slogan, che è il paolino Panta dokimazete to calo catecheta (“Vagliate tutto e trattenete ciò che vale”), perché in questo testo di riforma costituzionale c’è molto di buono da trattenere. Certo, “si poteva scrivere meglio”, “è scritto coi piedi”, “è imperfetto”, ma il meglio, in questo caso, è partire con qualcosa di imperfetto da correggere e perfezionare, piuttosto che non cambiare mai nell’attesa di una riforma perfetta e purissima. E non è vero, come dice Salvini, che se vince il no si fa un’altra riforma (ovviamente presupponendo che Renzi vada a casa) in 6 mesi. Assurdo pensarlo: in circa 35 anni vi sono state varie Commissioni parlamentari istituite allo scopo specifico di modificare la costituzione e Commissioni istruttorie governative. Per fare pochi esempi: nel 1983-85 si tentò la riforma con la Commissione bicamerale Bozzi; nel 1992-1994 la Commissione De Mita-Iotti; nel 1997-1998 la Commissione D’Alema; senza voler aggiungere i Comitati delle legislature Berlusconi e l’ultima Commissione di esperti (facente capo a Quagliariello), nel 2013, voluta da Letta. Ma andiamo alle ragioni.

NUOVI SPAZI DI DEMOCRAZIA

Oltre all’avvicinamento virtuale, informatico (Renzi alla Leopolda ha utilizzato una parola speciale, disintermediazione, intendendo una comunicazione con i cittadini, gli utenti internet, non mediata da giornalisti o blogger) ve n’è anche uno reale. Nel testo della riforma si attua un ampliamento degli istituti di democrazia diretta (dunque una più semplice e decisa partecipazione popolare): quorum ridotto per il referendum abrogativo (500 mila firme con quorum del 51% di tutti gli elettori, come oggi, oppure – novità – 800 mila firme con quorum del 51% ma dei votanti alle ultime elezioni politiche), la novità introdotta dal referendum propositivo, l’obbligo di esame delle leggi di iniziativa popolare da parte della Camera dei deputati (oggi non esiste obbligo, per cui queste leggi latitano in Parlamento fino a scomparire). Si può dunque asserire che verranno dati ai cittadini nuovi strumenti di ascolto e rappresentanza, quindi non sta in piedi l’obiezione per cui la riforma espropria la sovranità al popolo.

 

senato

 

RIFORMA DEL SENATO

Non so con quale onestà intellettuale si possa affermare che i nuovi senatori saranno dei “nominati” o dei “designati”. Oggi i senatori possono essere eletti da chi ha compiuto 25 anni e sono abbastanza sicuro che questo elettorato ultraventicinquenne non abbia realmente votato nessuno, visto che le liste elettorali sono bloccate. Aggiungo che questa forbice di ben 7 anni tra l’elettorato del Senato e quello della Camera dei deputati rende il primo una vera e propria casta. I sostenitori del No affermano che questa riforma toglie spazio ai cittadini. Ma mi chiedo: è giusto mantenere ancora in piedi questa distinzione che, de facto, taglia fuori i diciottenni dall’elezione di uno dei due bracci del Parlamento? Ecco perché, oggi, i senatori sono dei nominati. Inutile dire che con la riforma non sarebbe più così. L’articolo 57 dice esplicitamente che i Consigli regionali sceglieranno fra i propri componenti i senatori con metodo proporzionale ovvero “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”. Inoltre questo nuovo senato funge da raccordo tra lo Stato e i vari territori, quindi i “gruppi” e “le comunità reali” trovano nuove possibilità di rappresentanza. (Nota bene: è stato firmato un patto tra la maggioranza Pd e la minoranza Dem in base al quale, qualora prevalga il sì al referendum, ai cittadini verrà finalmente data la possibilità di eleggere direttamente i senatori, tramite una carta apposita in cui scrivere il nome del proprio preferito tra i candidati, ovviamente).

Per ciò che concerne il “doppio impegno”, nulla di anormale. Quanti italiani, per più serie ragioni, hanno un doppio (o triplo) lavoro? Perché i sindaci non possono farlo? A parte che molti sindaci già compiono trasferte per motivi istituzionali, a Roma come in altre città. E poi, soprattutto i sempre-incazzati grillini avevano fatto della classe politica una ciurma di scansafatiche: ora i sindaci avranno occasione di lavorare veramente. E non c’è alcun problema nello svolgere il doppio mandato. Anche perché i sindaci del nuovo senato saranno solo 21, mica miliardi.

Infine, (questa è una novità non da poco) ogni senatore durerà in carica fino a quando rimane in piedi l’ente di sua appartenenza. Se cade la giunta regionale (o comunale), i senatori verranno sostituiti, non c’è obbligo di mandato. In altre parole, i senatori entreranno ed usciranno in base elle scelte dei cittadini nelle elezioni amministrative e questo lì renderà poco controllabili dai partiti, facendo così del Senato una vera e propria istantanea delle scelte degli elettori sul territorio.

TEMPI PIÙ RAPIDI E CERTI

Il tempo medio di approvazione delle leggi in Parlamento è stimato a 504 giorni, un anno e mezzo circa, un’infinità. Nell’attuale legislatura su 255 leggi solo 47 (il 18%) sono di iniziativa parlamentare. Ciò significa che il restante 82% è costituito da leggi di iniziativa governativa, e qui il tempo medio scende a 172 giorni. Ecco perché non ha più senso il bicameralismo perfetto. Nella relazione iniziale del progetto di Costituzione votato nel ’47, uno dei padri costituenti, il presidente di commissione, Meuccio Ruini, scriveva (data 6 febbraio 1947) che “la difficoltà maggiore stava e sta nel modo di composizione della seconda Camera o «Camera dei senatori». È chiaro che non può essere formata a semplice duplicato e con gli stessi metodi della Camera dei deputati”, cosa che è oggi, purtroppo. Ecco perché cambiare questo stato di cose è necessario.

Con la riforma, dunque, spetterebbe al voto della sola Camera dei deputati il 95% delle leggi; per il restante 5% delle leggi (riforme costituzionali, trattati internazionali, leggi su materie di particolare delicatezza come la tutela delle minoranze) è necessario legiferare di comune accordo. Questo nuovo panorama implica un iter più breve e sicuro, non essendo necessaria la doppia approvazione. A proposito: l’articolo 70 (che Zagrebelsky vorrebbe scritto in endecasillabi con rime e metafore) è leggibilissimo ed è più lungo del suo omologo perché occorreva spiegare con precisione che alla Camera spettano le competenze nazionali e al Senato quelle territoriali, ma soprattutto per distinguere i vari ruoli nell’approvazione delle leggi.

STATO-REGIONI

Con l’articolo 117 si razionalizza il rapporto spesso conflittuale tra Stato e Regioni. Il 45% delle sentenze della Corte costituzionale tratta proprio di vertenze tra questi due enti. Con la riforma vengono eliminate molte competenze concorrenti e alle regioni vengono lasciate solamente le materie di rilevanza territoriale. A ciò si aggiunga l’intelligente “clausola di supremazia”: la legge statale, su proposta del governo, può intervenire in materie di esclusiva competenza regionale qualora lo richieda la tutela “dell’unità giuridica o economica della repubblica o la tutela dell’interesse nazionale”.

DERIVA AUTORITARIA

Di tutte le bufale, questa è forse quella che più fa ridere. Fa specie che a parlare di deriva autoritaria sia l’ANPI, che di recente ha espulso un membro (la piddina Laura Puppato) solo perché voterà sì. Stesso discorso per Salvini, il quale ha chiesto agli assessori leghisti di Venezia di dimettersi per far cadere la giunta del sindaco Luigi Brugnaro, reo di votare sì al referendum.

L’accusa è falsissima, ovviamente. Il superamento del bicameralismo perfetto rafforza anche il Parlamento. Innanzitutto la decretazione d’urgenza è abolita, così come il ricorso al voto di fiducia e la prassi dei maxi-emendamenti. In altri termini, il governo non dovrà più “fare la voce grossa” con le camere (la decretazione d’urgenza serve proprio a questo) perché potrà utilizzare i disegni di legge “a data certa” (entro cioè 75-90 giorni) per l’attuazione del programma legislativo. Il governo ha dunque strumenti più efficaci per l’approvazione delle leggi e la Camera dei deputati – che dovrà accordare la fiducia al governo – acquisisce un nuovo ruolo di autorevolezza e centralità come sede della rappresentanza popolare. Le minoranze sono tutelate, basti pensare che con le nuove percentuali alla maggioranza sarà più difficile eleggere un presidente della repubblica “che faccia comodo” (altra accusa infondata).

Per chiudere, ciò che crea scandalo e viene etichettato come “deriva autoritaria”, nel vocabolario di tutti gli altri paesi europei, si chiama semplicemente “governabilità”. Dal 13 luglio 1946, giorno di nascita del primo governo repubblicano guidato da De Gasperi, si sono succeduti in Italia ben 63 governi in 60 anni. In media una legislatura dura un anno, un mese e 10 giorni. Brevina, no?

INFINE

Se non dovesse bastare (invito a leggere il testo della riforma punto per punto, ci vuole davvero mezz’ora…), ricordo che la riforma prevede l’obbligo di trasparenza, introduce premi per le regioni virtuose, ribadisce con forza la parità di genere, stabilisce il vaglio preventivo da parte della Corte costituzionale delle leggi elettorali, la soppressione del Cnel e sopprime i rimborsi ai gruppi consiliari regionali. Inoltre, i consiglieri regionali percepiranno uno stipendio non superiore a quello del sindaco della città capoluogo. Faccio due esempi: il sindaco di Campobasso percepisce un’indennità di circa 3000€, mentre i consiglieri la bellezza di 10500 al mese. Il taglio sarà quindi di ben 7000€ al mese per ogni consigliere. In Campania il sindaco di Napoli ha uno stipendio di 5600€ contro gli 11000 circa dei consiglieri (ovviamente al netto, tra indennità e rimborsi): qui il taglio è di circa 5000€ al mese. E questi sono solo alcuni dei molteplici risparmi che questa riforma consentirebbe. Bisogna aggiungere i 20 milioni annui del Cnel, le indennità dei 315 senatori attuali che vengono azzerate, ecc.

CREDIBILITÀ

Chiudo con una postilla: si è a lungo parlato di astensionismo, menefreghismo soprattutto giovanile, disinteresse verso la politica, diffuso sospetto e altri malanni che rendono i politici molto spesso invisi e odiosi ai cittadini. Vedere (mercoledì 16 novembre a Porta a Porta) il trinomio Boschi-Padoan-Calenda rispondere con competenza e preparazione alle puttanate demagogiche dell’antitrinità grottesca Salvini-Bernini-Fassina mi ha fatto considerare una cosa fin troppo ovvia: la gran parte dei politici moderni ci intristisce, ci ferisce ed è facile alzare gli occhi al cielo e fregarsene. Più difficile è cercare dei veri leader: uso questa parola nella versione meno stereotipata possibile, intendendo non solo una brava persona ma anche un politico che abbia la capacità di “ispirare” grazie al suo carisma e al suo esempio, al suo personale potere. Un vero leader può farci fare cose che nel profondo sappiamo essere giuste, tipo interessarci alla politica in modi che non c’entrano nulla con il tornaconto o l’interesse politico. Renzi è un leader, con un po’ di retorica, che non guasta mai. Per lui, e per tutte le ragioni sopraelencate, il 4 dicembre voterò Sì.

Nicola Continisio

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