Impopolare, aziendalista, evoluzionista: Massimiliano Allegri, ritratto di un vincente

Impopolare, aziendalista, evoluzionista: Massimiliano Allegri, ritratto di un vincente

E alla fine, ancora una volta, ha trionfato la ragione. Non il sentimento popolare, non i pregiudizi. Quel giorno, Andrea Agnelli e Beppe Marotta entrarono in crisi: con chi sostituire Antonio Conte, fautore ed emblema della rinascita juventina? Scelsero Massimiliano Allegri. E adesso? E’ un bravo allenatore, per carità, ha vinto pure uno scudetto, ma è anche stato capace di perderne uno con Ibra. E’ l’uomo che ha gettato fango sulla Juve dopo il gol-non gol di Muntari. Esonerato dal Milan. L’aziendalista per antonomasia. Il senza palle. E adesso, vuoi vedere che è finito un ciclo? E adesso, ritorniamo la squadra dei due settimi posti consecutivi? Adesso, dico adesso, Allegri è uno tra i migliori allenatori in Europa.

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Non c’è stato, negli ultimi cinque anni di Juve, personaggio più impopolare. Ricordo ancora quel lontano 15 luglio. Era tardo pomeriggio e, appena arrivata la notizia, tra gli juventini spuntarono visi lunghi. La faccenda non era solo sportiva, era sentimentale: un padre ci aveva abbandonati. E adesso chi arriva? Mancini? Ma no, figurati se prendono l’allenatore dell’Inter che ci ha fregato lo scudetto. Spalletti? Macché, vuole troppi soldi. Allegri? Quello proprio no, passiamo da un Leone a un’Acciuga… E poi, se arriva lui, Pirlo va via.
E Allegri fu. Si scatenò la rabbia, partì la contestazione, vesti stracciate. Compresa la mia, lo ammetto: fossi stato a Torino, quel giorno, mi sarei unito al coro dei “noi Allegri non lo vogliamo” sotto la sede in Corso Galileo Ferraris.

Per fortuna la vita si rivela sempre più imprevidibile dei nostri calcoli con i quali proviamo ad ingabbiarla (dice anche il Manifesto dell’Imprevisto, punto 3, è qui). Marotta e Agnelli non guardarono alle disfatte precedenti, a ciò che non aveva funzionato, soprattutto non badarono al malumore della folla. Serviva uno che avesse vinto in Italia, con un minimo di esperienza in Europa, attuale e aggiornato, non a peso d’oro. Incrociarono i dati: era l’uomo perfetto. Dicevo che ha trionfato la ragione sul sentimento. Proprio così: la dirigenza juventina ha agito, come si è soliti dire, di testa e non di pancia. Ha badato ai fatti concreti, al palmarès, alla storia, non alla mentalità dominante. Come se l’incrocio di quei dati fosse l’unica formula matematica che dovesse essere applicata in quella situazione. Certo, ci possono essere piccoli errori nelle misurazioni, ma c’è qualcosa di più ragionevole da fare?

Non è bastata la storia del Novecento. Ci voleva Massimiliano Allegri per ricordarci che gli slogan e le masse sono pericolosi.

La critica più grande che gli viene mossa è quella di essere un’aziendalista. Uno che dice “sì, padrone”, che se ne sta zitto zitto per difendere il suo posto, che non si fa comprare i giocatori. E invece, più che aziendalista, Max Allegri si è mostrato un grande realista. Non gli hanno preso il trequartista? Ne ha fatto a meno (come in questa stagione) oppure ha adattato un altro al ruolo (Vidal l’anno scorso). I risultati sono stati ottimi: Campionato e Coppa Italia il primo anno (nemmeno Conte aveva fatto la doppietta in tre anni) e quest’anno potrebbe ripetersi, dopo la rimonta più entusiasmante degli ultimi anni per poco non costellata dal record di vittorie consecutive in campionato (17, appartiene all’Inter di Mancini). Mai nessun allenatore – e quindi nessuna squadra – nella storia della Serie A ha realizzato due doppiette consecutive.

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Ma, soprattutto, Allegri ha portato la Juve nel famoso ristorante da 100 euro. Non ha finito la ceno, è vero, ma almeno si è seduto al tavolo. Prima di lui, Antonio Conte aveva affermato che sarebbero passati molti anni prima che una squadra italiana potesse arrivare in quel ristorante, in finale di Champions League. Si sbagliava.

Grande realista perché non ha perso tempo a lamentarsi di ciò che non aveva, modo di fare tipicamente italico. Ha valorizzato, piuttosto,ciò che aveva a disposizione, ha plasmato la sua materia senza fretta e allo stesso tempo con cura, da grande artigiano. Prendiamo Morata, per esempio. Poteva buttarlo sin da subito nella mischia rischiando di bruciarlo, invece l’ha fatto entrare in maniera graduale, mettendolo in condizione di essere decisivo. E poi, il talento ha deciso di mostrarsi perché ha gradito questo lungo e raffinato corteggiamento: gol al Borussia, gol al Real all’andata (che ha indirizzato la sfida) e al ritorno (gol decisivo per entrare in finale), gol al Barcellona (quello della speranza).
La stessa cosa quest’anno con Dybala: prima non giocava proprio, dopo sempre più minuti, adesso è una delle seconde punti più eccitanti del campionato italiano. Massimiliano Allegri ci ha insegnato che è più bello trasformare che creare da zero.

Si è sempre definito un evoluzionista. E’ vero: è (quasi) arrivato all’apice attraverso una lenta ma evidente conversione tattica. Dal 3-5-2 dei tre anni precedenti, modulo che garantisce alla squadra dominio in mezzo, ampiezza sulle fasce e innanzitutto solidità difensiva, fino ad arrivare al rombo di centrocampo (4-3-1-2), che favorisce la circolazione della palla e la velocità della manovra, quindi più spazi negli ultimi trenta metri. E’ stato così bravo a cambiare poco a poco l’aspetto della squadra che in pochi se ne sono accorti, eppure a partire dalla partita di Champions League contro l’Olympiakos, pian piano la Juventus è diventata sua.

Appare irragionevole, adesso, chi lo accusò di plagio. Aver utilizzato il sistema di Conte non è altro che un ennesimo esempio del suo realismo: non ha applicato la propria idea di gioco sul materiale a disposizione, ma ha preferito fare il contrario. Solo quando ha studiato per bene dove poter migliorare è entrato in scena.

Allegri è fatto così. Preferisce lasciare il palcoscenico al suo lavoro, piuttosto che alla sua persona. Mai una punta di orgoglio e nemmeno di rimorso, perché se si lavora bene e si perde vuol dire che gli avversari sono più forti. Lontano da qualsiasi forma di estremismo tattico. Altro aspetto interessante: vuole che siano i giocatori a scegliere la giocata. Data una buona educazione e le regole da non trasgredire per nessuna ragione… le scelte sono tutte del figlio, non del padre. Inoltre anche lui è cresciuto insieme alla squadra, diventando sempre più abile nel leggere le partite e gestire le situazioni, smontando la convinzione che per vincere bisogna avere il miglior allenatore del mondo.

Ritiene che l’allenatore non conti più del 5% in una squadra. Si sbaglia. Lui stesso ne è l’esempio. Se Antonio Conte ha rappresentato l’adolescenza della nuova Juve, Massimiliano Allegri rappresenta la maturità. Se con Antonio Conte il marchio di fabbrica era la fame implacabile di chi sogna di conquistare il mondo, con Max Allegri si è arrivati ad una tranquillità sinonimo di saggezza. Conquistare il mondo, adesso, non è più solo un sogno.

Giuseppe Palazzo

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