Io sono Muhammad Ali

Io sono Muhammad Ali

È Muhammad Ali, e non l’ho mai chiamato Cassius Clay. Un uomo, tanto più se in cerca della sua libertà, può scegliere da solo il nome che vuole portare e che più lo rappresenta. Quest’anno ingrato si è preso anche un altro mito della mia vita, un campione insuperabile, nobile e determinato, una personalità splendidamente carismatica. Una settimana prima della morte di Muhammad Ali, che per pura casualità è coinciso con il giorno in cui le sue condizioni di salute si sono aggravate, ho stranamente ricordato, assieme a mio fratello, l’epico incontro del 1974 in Zaire. Ci sovveniva in mente tutto di lui, peso – altezza – età – ottavo round in cui mandò a tappeto l’avversario, ma ci sfuggiva il nome dello sfidato George Foreman.

Vivi nei miei occhi i momenti di quell’allenamento per le strade di Kinshasa, con la folla scalpitante di bambini dietro di lui al grido di “Ali buma yè” (Ali, uccidilo n.d.r.), scene poi riprese dal più noto film di saga pugilesco-cinematografica, Rocky II. L’immagine di Muhammad Ali nel documentario premio Oscar 1997 When we were kings resta per me indimenticabile. Come incancellabili sono le parole che Foreman pronuncia il giorno della sua morte: “Se ne è andata la parte più grande di me. Io, Frazier e Ali eravamo una sola persona, una parte di me se n’è andata”. Quanto cuore deve avere un campione per essere ricordato alla stregua di un fratello da un avversario!

Il mito di Muhammad Ali, tre volte campione del mondo dei pesi massimi, uomo fiero, generoso e temerario, ha sempre aleggiato nella mia famiglia: pugilato e automobilismo, benché sport più spiccatamente maschili, mi hanno sempre attirato. Ho sempre considerato Ali bellissimo “come una donna”, come lui stesso amava ripetere, spavaldo e presuntuoso con i suoi pensieri liberi e bizzarri, uno spaccone visionario dall’affascinante autoironia e doti espressive senza uguali. La mappa comunicativa del suo parlato, riascoltata oggi, potrebbe quasi rappresentare la genesi e lo stile della musica rap: quei discorsi brevissimi, cadenzati e incalzanti, come le poesie di due parole (Me, we), anticipano la cultura hip-hop di riscatto contro la discriminazione razziale e di classe intorno agli anni ‘70. I suoi incontri straordinari, esibizioni di forza, classe, bellezza, tattica e cuore, sono per me unici nella storia della boxe.

27361790232_43edb42204_bIl primo studio approfondito sull’importanza della figura di Muhammad Ali nell’America nera degli anni ’60 nasce, invece, con la mia tesi di laurea in Islamistica. Mi sono occupata della dottrina della Nation of Islam negli Stati Uniti (NOI), movimento di ispirazione musulmana all’epoca eterodosso, noto ai più come Black Muslims, Musulmani neri d’America, propugnatori di un radicalismo settario a uso e consumo del separatismo nero. Nel periodo più combattivo dell’organizzazione, in essa hanno battagliato figure leggendarie dell’immaginario dei miei valori, come Malcolm X, uscitone poi per abbracciare l’Islam dottrinario. Anche Muhammad Ali militava all’epoca nelle fila più estremiste del movimento. Nel 1961, tre anni prima di divenire campione del mondo dei pesi massimi nel combattimento contro Sonny Liston, Clay si unì alla NOI, rimanendoci anche dopo l’allontanamento del suo mentore, Malcolm, e desideroso di comprendere la retorica dell’orgoglio razziale che la NOI esprimeva. Durante quegli anni, Malcolm offrì ad Ali una visione pubblica del suo sentire, del suo talento e della sua intelligenza dentro e fuori dal ring, e di conseguenza un significato politico.

L’America bianca dello showbiz pensava che Cassius Clay, “figlio del Sud e superstite dell’apartheid americano”, come lo definisce il reverendo Jesse Jackson, sarebbe stato un campione perfetto, uno zio Tom con la corona, un nero non troppo nero, un cosiddetto “negro da cortile” (house negro), come chiamava Malcolm i neri che vivevano e lavoravano serenamente tra i bianchi e da questi usati come esempio per controllare le masse e mantenerle ignoranti e indolenti. Invece, ventidue anni dopo la sua nascita, nel 1964, il campione di Louisville rinacque a nuova vita quando Elijah Muhammad, leader spirituale e Messaggero della NOI, lo ribattezzò Muhammad Ali. Rifiutò, così, il nome da schiavo e la religione cristiana, rifiutò di servire nell’esercito andando a combattere in Vietnam nel 1967 – “Non ho niente contro i Vietcong. Non mi hanno mai chiamato negro”-, restituì simbolicamente i colpi dati alla sua gente, pagandone il prezzo e diventando il più grande di tutti i tempi.

Ali non voleva interpretare il “negro dei bianchi”, comprendendo che il vero nemico degli afroamericani era la stessa cultura americana a cui appartenevano, e questa convinzione l’America dell’epoca non gliela perdonò. Lo privarono del titolo e della licenza professionistica di pugile, lo condannarono a scontare una pena detentiva, gli tolsero il passaporto per impedirgli di combattere fuori dagli Stati Uniti, ma quello che non gli tributò il suo Paese, glielo donò la religione.

Sono anni difficili per l’emancipazione e maxresdefault (3)l’affermazione
della dignità identitaria degli afroamericani:
nel 1965 verrà assassinato Malcolm X; l’anno seguente, con Stokely Carmichael, nasce il Black Power (Potere Nero), che porterà alla nascita di movimenti nazionalisti come il Black Panther Party. Nel 1968, tre anni dopo l’assassinio di Malcolm, anche Martin Luther King incontrerà lo stesso destino; sei mesi più tardi, alle Olimpiadi di Città del Messico, gli atleti Tommie Smith e John Carlos solleveranno il pugno dal guanto nero, simbolo del black power, a piedi scalzi e testa bassa per protestare contro la discriminazione razziale.

Come fece Muhammad Ali per primo, perché lo sport può restituire l’onore di un popolo. Per l’America bianca la conversione di Ali fu uno shock e una scoperta: la personificazione del reale Black Power, duro, diretto, indomabile. Per Ali, invece, la conversione, la lotta per i diritti civili e contro la guerra rappresentarono un match senza possibilità di scampo. Su cui, alla fine, ha avuto la meglio senza arrendersi mai.

818px-Muhammad_Ali_NYWTSOggi l’America, cambiata e un po’ più cresciuta, gli ha reso finalmente omaggio; in centomila per le strade di Louisville gli hanno tributato un commovente e rispettoso addio al termine di due giorni di cerimonie. Attraversando la città natale, Ali è tornato tra la sua gente; tutti hanno gridato il suo nome, con in mano una foto, un pensiero, dei fiori. Un gruppo di bambini si è messo a correre vicino al carro funebre; tra loro anche un piccino che, correndo, provava a tirare di boxe.

Il messaggio di Ali era, però, già andato oltre le sue origini e la sua identità. Combattere per i diritti del suo popolo è stata una missione prioritaria: “La boxe non è stata nulla. Non ha avuto nessuna importanza. È stato solo un modo per presentarmi al mondo”, dirà in seguito, nonostante la sua malattia portata dignitosamente per 32 anni. E mai il mondo vedrà più un uomo così carico di quell’aura di imbattibilità e tempra morale. La fiaccola da lui accesa nelle Olimpiadi di Atlanta del 1996 deve insegnare a tutti noi cosa è Sport, cosa è Coraggio delle proprie idee e cosa è Vita.

Sveva Lipari

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