L’Europa e la sua crisi con gli occhi di Foster Wallace/ parte 1

L’Europa e la sua crisi con gli occhi di Foster Wallace/ parte 1

La minaccia del terrorismo è reale, ma la supereremo. Distruggeremo lo stato islamico e qualsiasi altra organizzazione che cercherà di ferirci. Il nostro successo non dipenderà da parole forti, non abbandoneremo i nostri valori e non ci faremo prendere dalla paura.”
(Barack Obama, discorso alla nazione dallo studio ovale della Casa bianca)

“Il nostro dovere di repubblica è di portare avanti valori e dobbiamo vigilare perché questo non accada mai più. Alla repubblica vogliamo dare più forza possibile in un contesto di guerra, affinché ci sia più rispetto dei valori. I terroristi non devono permettersi di fare quello che hanno fatto. Noi sradicheremo il terrorismo, perché la nostra libertà è stata brutalmente attaccata…
(Francois Hollande, discorso al parlamento francese)

La parola più ricorrente in queste due citazioni come leitmotiv e distintivo dell’Occidente è “valori”, come potete notare facilmente con un breve conteggio. La parola si è cristallizzata – notate bene – nella sola forma plurale. Iperusata e pluripresente, svuotata e avvilita. Posto ciò, è evidente che l’Occidente è un insieme geografico, politico e culturale in cui è assicurata la libertà a tutti, sebbene poi si possa discutere e forse distinguere tra libertà reale e libertà apparente. A parità di ambizioni, un migrante dalla Somalia che sbarca domani in Europa ha le stesse possibilità di un europeo medio di raggiungere il proprio scopo lavorativo o esistenziale o di finalizzare un proprio progetto? E un europeo povero ha gli stessi diritti e le stesse possibilità di uno ricco? George Orwell aveva ragione nel dire che “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”? Mi rendo conto che si tratta di domande spinose e complesse. 

hqdefault (2)La questione è dunque questa: che uso facciamo noi occidentali di questa libertà? Quali valori esprime e comunica il nostro vivere occidentale? Cosa vedono i non-europei che viaggiano o si trasferiscono in Europa? O chi non appartiene al mondo occidente e ad un certo punto emigra in America? Di solito, per capire ed osservare la realtà in movimento, mi rivolgo agli scrittori in generale. In questo caso mi vengono in grande aiuto le descrizioni narrative di David Foster Wallace. Per quanti non dovessero conoscerlo, qui basti citare la quarta di copertina di Considera l’aragosta, dove si dice che “è stato uno tra gli scrittori più originali degli Stati Uniti, la penna più folle e coraggiosa degli ultimi decenni. Non solo autore di grandi opere narrative, ma anche – come in questo libro – osservatore finissimo, dotato di uno sguardo totale, capace di attraversare un continente e restituirne ogni dettaglio, voce, piega di dolore e significato. Se non dovesse bastare per fidarvi di lui, provate a scrivere a ventiquattro anni un romanzo da cinquecento pagine e a trentaquattro quella che è stata definita da alcuni l’Odissea dei nostri giorni.

Quali sono i valori vissuti e incarnati da noi occidentali, dicevamo. Eccoli…

Cacio ha dichiarato un’altra volta che non riusciva a concettualizzare un Cucciolo Rabbioso come me, e ha dichiarato che non capiva neanche la felicità che di fatto trasudava da me in ogni momento. Ha dovuto fare un po’ di sforzi lessicali prima di trovare la parola felice. Capisci cosa intendo, mi ha domandato. In te c’è qualcosa di così totalmente felice, Cucciolo Rabbioso. Con pazienza, ho spiegato un’altra volta a Cacio la questione della mia grande quantità di reddito e di abbigliamento e di prodotti per lo svago domestico, tuttavia Cacio ha scosso la testa prevalentemente calva e ha sostenuto che intendeva una parola diversa, con quella parola felice che si era tanto sforzato di trovare.”
(David Foster Wallace, La ragazza dai capelli strani)

**–Come pensi che vorresti essere da grande? –Vergognosamente felice. (da una striscia dei Peanuts)**

Sarò scontato e pleonastico (abbiate pazienza): tutti vogliamo essere felici. In molteplici modi spesso inconsci e altre volte più consapevoli ci affanniamo per esserlo. Ma siamo davvero felici come crediamo/diciamo di essere? Perché, ammettiamolo, è davvero alto il rischio di confondere la felicità con il benessere. Se io dicessi: sono felice perché ricco, in buona salute, fortunato in amore ecc ecc, non potrei spiegare ad un interlocutore indigente, in cattive condizioni di salute e sfortunato in amore cosa io intenda per “felice”. Fuor di metafora, la vera felicità deve in qualche modo trascendere le fortune individuali e non essere strettamente legata alle contingenze storiche.

Secondo il sottoscritto scribacchino dovrebbe europe-1045334_960_720trattarsi piuttosto di un “Valore assoluto” a sé stante che – accessibile a tutti – possa essere sperato tanto dal ricco quanto dal povero. Altrimenti si cade nell’elogio del relativismo: “per me la felicità è…” questo o quello. La conseguenza del relativismo è una profonda solitudine poiché ciò che per me è “felice”, per un altro potrebbe non esserlo e dunque la mia presunta condizione di felicità può essere comunicabile ma non condivisibile. Serve allora capire se esista un felicità che sia ad un tempo personale e universale, che possa essere vissuta intimamente, ma anche comunicata. Una felicità, insomma, di cui rendere partecipe il mio prossimo, una felicità non solo testimoniata ma anche condivisa. Exempli gratia: si può affermare che una persona amata sia felice? Se sì, tutti possono essere amati? Se sì, si potrebbe concludere che la scoperta/certezza di essere amati sia un “parametro” di una felicità non solo singolare ma anche assoluta? Se al contrario individuassimo come conditio sine qua non della felicità opulenza/amanti a palate/ salute da tutti i pori/fortuna esistenziale o che-so-io, finiremmo per escludere dal computo dei felici, poveri/sfortunati in amore/brutti/malati/ e che-so-io. Vedete che questi secondi parametri tengono fuori svariate categorie di persone e quindi mi sa tanto che costituiscono una forma di felicità esclusiva, antagonistica ed elitaria. Non può essere. Come si può, dunque, definire la felicità? Come comprendere se siamo felici o semplicemente benestanti? Occorre riflettere, meditare, auscultare il proprio intimo. Non esistono formule astratte né definizioni esaurienti.
**Felicità è vera solo se condivisa. (messaggio lasciato da Christopher McCandless all’interno del Magic Bus)**

 

Nicola Continisio

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