Le città del Duce

Le città del Duce

Ci è capitato di leggere un libro a distanza di 8 anni da quando l’avevamo comprato e lasciato negli scaffali. Si tratta di “Fascio e Martello. Viaggio per le città del Duce” di Antonio Pennacchi. Pensavamo che Pennacchi fosse un bravo romanziere, con una predilezione per il romanzo storico ambientato durante la bonifica delle paludi pontine oppure nelle fabbriche dell’agro pontino degli anni ‘70. Questo almeno lasciavano presagire i suoi titoli più accreditati: “Palude”, “Canale Mussolini”, “Canale Mussolini Parte seconda”, “Mammut”, “Storie di fabbrica e dintorni”. Invece, imprevedibilmente, lo scopriamo brillante saggista e storico delle città di “nuova fondazione” erette durante il regime.

“Le città del Duce” è un saggio documentatissimo e di serio e rigoroso approfondimento critico, ma è scritto amabilmente con l’ironia “burina” e popolare che è propria delle sue opere narrative. Il binomio non guasta; non toglie nulla al rigore che la complessa e controversa materia richiedeva, al contrario la rende meglio metabolizzabile anche per un pubblico di non specialisti. Ma al di là dei fatti formali che pure hanno la loro importanza e rappresentano a loro modo l’imprevisto e l’originalità di questo libro, vi sono aspetti tematici di un rilievo e di uno spessore notevoli.

Per intanto Pennacchi non si ferma a trattare delle più note e, forse, delle più studiate città di “fondazione fascista” come Latina (Littoria), Pomezia, Sabaudia, Guidonia, Aprilia. La sua lente di ingrandimento raggiunge borghi e centri tra i più ignoti e meno studiati, nelle regioni e nei comprensori più distanti e più remoti: il foggiano, la Sicilia del Belice e del palermitano, la Sardegna di Carbonia, l’Istria di Arsia e Torviscosa. Ne individua i progettisti, ne ricostruisce le logiche urbanistiche, gli scontri e la dialettica politica, sociale e culturale che spesso facevano da sfondo alla progettazione di questi centri; evidenzia il ruolo diretto che spesso vi ebbe Mussolini sia in fase di progettazione che di esecuzione dei lavori. Ne esalta, talvolta, il valore architettonico ed urbanistico rinvenendolo nei centri minori e più sconosciuti come Segesta (Foggia) oppure Borgo Riena (nella valle del Belice).

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Antonio Pennacchi

Quali sono le novità interpretative di Pennacchi su questi temi? La costruzione di queste città di “nuova fondazione”, sparse lungo tutta la penisola e anche nelle isole, si situa nel contesto storico di un Mussolini che vuole debellare il latifondo, avviare in tutt’Italia una riforma agraria anche a costo di dover fronteggiare le risolute resistenze di quegli agrari che si era ritrovati alleati prima e durante la Marcia su Roma e tra i quali vi era più di qualche gerarca (il pugliese Caradonna per esempio). Tenta di fare questa operazione con ministri e tecnici di formazione nittiana, come Giacomo Acerbo e Arrigo Serpieri, e con strumenti quali i consorzi di Bonifica egemonizzati dagli agrari. Non riuscendovi, usa l’Opera Nazionale Combattenti prima diretta da Orsolino Cencelli e poi da Araldo Di Crollalanza. Nel ’40, in piena guerra e persino nel ’43, a sbarco in Sicilia imminente, i lavori per la costruzione di decine di queste città vanno avanti regolarmente con investimenti non trascurabili.

Insomma, la Riforma Agraria del dopoguerra interessò 761.000 ettari: nell’agro pontino si assegnarono ai contadini veneto-romagnoli 70.000 ettari bonificati, in Puglia 50.000 ettari e in Sicilia si era partiti con un programma di 500.000 ettari, costruendovi ben 27 nuovi insediamenti destinati a diventare città. Si accenna anche a Policoro e ai borghi del metapontino, costruiti nel dopoguerra ma che riprendevano stilemi architettonici, idee urbanistiche, e progetti lasciati in eredità da quella stagione.

Badate, Antonio Pennacchi non è un nostalgico del ventennio, ha militato nell’estrema sinistra e nella CGL per molti decenni, facendo l’operaio e laureandosi con una tesi su Croce in età abbastanza adulta come accadeva a quelli che una volta si definivano”studenti-lavoratori”. Non fa sconti a Mussolini e la suo Regime in tema di leggi razziali e di infausta alleanza con la Germania di Hitler, ma questo non gli impedisce di approfondire senza pregiudizio una fase del ventennio fascista tra le più degne di interesse, le meno studiate in profondità e le più controverse. Un libro di argomento “tosto” per le letture estive ma scritto con levità, sottile ironia e linguaggio “colloquiale”che spesso utilizza il gergo popolare senza sfociare nella volgarità e la divagazione senza che il filo essenziale del ragionamento sia smarrito.

Leonardo Giordano

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