L’Europa non arriverà, se già non avviene.

L’Europa non arriverà, se già non avviene.

“Migranti, Austria avvia lavori per barriera al Brennero”. Mi pulisco gli occhiali spessi, li inforco nuovamente ma il titolo resta uguale: “Migranti, Austria avvia lavori per barriera al Brennero”. Non è un’allucinazione. Nel 2016, in un Paese membro dell’Unione europea, a 27 anni dall’abbattimento di un altro simbolico (e diabolico) muro, sta per esserne costruito un altro. “La struttura sarà lunga 250 metri e comprenderà autostrada e statale”. Una settimana fa il ministro degli esteri austriaco Sebastian Kurz aveva anticipato che “se l’Italia e l’Europa non bloccheranno i migranti prima che sbarchino, saremo costretti a chiudere il confine del Brennero”. Detto, fatto. Si lavora per difendere i confini dallo “straniero” in agguato. Accorrono anche numerosi volontari: «Se ne fanno avanti sempre di più. Per difendere la patria e portare a casa 2.770 euro netti al mese» (fonte AltoAdige.it).

Hungarian-Serbian_border_barrier_5Sul fronte sud, invece, a Idomeni, la polizia macedone ha cominciato a lanciare gas lacrimogeni e proiettili di gomma contro oltre 500 migranti in rivolta dopo aver appreso la notizia del “no” delle autorità macedoni alla riapertura dei confini con la Grecia. Sul fronte nord, infine, apprendiamo dall’associazione Help refugees (Hr) che, in seguito allo sgombro di una consistente parte della “Giungla” di Calais(così è odiosamente definito il campo profughi abusivo abitato da migliaia di richiedenti asilo), sarebbero scomparsi nel nulla 129 minori non accompagnati, i quali si sommano ai 10 mila di cui era già stata denunciata la scomparsa e ai 2.000 bloccati in Grecia nei centri di detenzione (fonte UNICEF).

Europa al collasso e in stato confusionale. Eppure le premesse contenute nell’ultima “Agenda europea sulla migrazione” lasciavano ben sperare: “L’Europa deve continuare ad essere un rifugio per chi teme persecuzioni…ma per fare ciò abbiamo palesemente bisogno di un approccio nuovo, più europeo…”. Ma cosa vuol dire esattamente avere un approccio “più europeo”? E la costruzione di muri, l’uso di gas lacrimogeni contro disperati, la sparizione o la detenzione di minori non accompagnati sono compatibili con un “approccio europeo” (non è domanda retorica ma reale)?

Magari chiediamolo proprio a chi l’Europa, nella sua moderna concezione, l’ha pensata e bramata. Nella Dichiarazione Schumann del 1950, quello che è uno dei Padri fondatori si esprimeva così: “La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi,proporzionali ai pericoli che la minacciano”. Per questo“L’Europa non potrà farsi un una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. E, ancora, Alcide De Gasperi sosteneva qualche anno più tardi relativamente a «La nostra patria Europa» che “I popoli che si uniscono, spogliandosi delle scorie egoistiche della loro crescita, debbono elevarsi anche a un più fecondo senso di giustizia verso i deboli e i perseguitati. Lo sforzo di mediazione e di equità che è compito necessario dell’autorità europea le darà un nimbo di dignità arbitrale che si irradierà al di là delle sue giuridiche attribuzioni e ravviverà le speranze di tutti i popoli liberi».

LE_Eithne_Operation_TritonTradotto: la situazione di questi giorni segna il fallimento (ci auguriamo momentaneo) di una tale idea di Europa. Quella “Autorità” pronta a ravvivare la speranza dei popoli “con sforzi di mediazione ed equità” sembra piuttosto comportarsi come un’autoritaria (ma ignorante) maestrina. Sì, quell’insegnante che si guarda bene dal fare vere lezioni in aula (cioè sul campo), occupa il suo tempo a mettere a posto carte e compilare registri (cartacei ed elettronici), ogni tanto alza lo sguardo (senza guardare nessuno) e pretende silenzio, e quando si rende conto che la situazione è ormai ingestibile se la prende con il malcapitato di turno (di solito quello dell’ultima fila, “tanto è comunque colpa sua”) che si becca la nota di demerito. E infine, poco prima della campanella, assegna compiti, tanti compiti, perché “bisogna finire il programma e siamo indietro”.

Ma il programma, adesso vien da chiedersi, “qual è?”. La Commissione europea bacchetta la Grecia e le chiede di sanare le “gravi carenze” relative al controllo delle frontiere esterne, inadeguate rispetto all’ondata migratoria di questi mesi. Atene ha ricevuto un ultimatum per mettersi in regola. Vienna, invece, è accusata di preferire la chiusura nella “piccola fortezza nazionale” piuttosto che contribuire alla risoluzione del problema. Tuttavia, la situazione greca e quella austriaca hanno una matrice comune: l’assenza dell’Europa, capace per il momento solo di adoperarsi per cercare un buon tappeto (la Turchia) dove nascondere ciò che evidentemente ritiene polvere (i migranti).

La grande Europa, culla della “Democrazia” e tempio del rispetto dei “Diritti umani”, infatti, sembra avere smarrito la strada per il perseguimento di quegli ideali di libertà, pace e solidarietà (strumento), presupposti indefettibili per lacostruzione di uno spazio di libertà teso alla continua e rinnovata ricerca del bene comune e della felicità di ogni singolo uomo (meta). Ma allora, tutto perduto? No, non può (e non deve) essere così. Ma da dove ripartire? Ebbene, l’Europa (come l’Ecclesia) semper reformanda est. Ma perché possa ricominciare un cammino è necessario che venga ridestato l’anelito della meta.

Canonization_2014-_The_Canonization_of_Saint_John_XXIII_and_Saint_John_Paul_II_(14036966125)Che bel gesto, in questo senso, quello di Papa Francesco, che lo scorso 16 Aprile è sbarcato sull’isola di Lesvos: non un gesto simbolico (come ha detto qualcuno) quanto piuttosto un gesto “simbiotico” (dal greco σύν «con, insieme» e βιόω«vivere»). Durante il suo discorso al Corpo Diplomatico il Pontefice affermava che “Molti migranti provenienti dall’Asia e dall’Africa, vedono nell’Europa un punto di riferimento per principi come l’uguaglianza di fronte al diritto e valori inscritti nella natura stessa di ogni uomo … L’attuale ondata migratoria sembra minare le basi di quello “spirito umanistico” che l’Europa da sempre ama e difende … È indispensabile avviare un dialogo franco e rispettoso tra tutti i Paesi coinvolti nel problema …affinché, con una maggiore audacia creativa, si ricerchino soluzioni nuove e sostenibili … E conclude ribadendo che«Il fenomeno migratorio pone … un serio interrogativo culturale, al quale non ci si può esimere dal rispondere. L’accoglienza può essere dunque un’occasione propizia per una nuova comprensione e apertura di orizzonte, sia per chi è accolto, il quale ha il dovere di rispettare i valori, le tradizioni e le leggi della comunità che lo ospita, sia per quest’ultima, chiamata a valorizzare quanto ogni immigrato può offrire a vantaggio di tutta la comunità».

In attesa che si risvegli l’Europa, il Papa, quindi, scuote gli europei, anch’essi vittime di un ormai profondissimo sonno della propria coscienza la quale, adesso, può essere ridestata in una modalità assolutamente imprevedibile. Del resto, è la storia a dirlo, gli europei hanno preso consapevolezza di sé nell’impatto con uno “straniero” (le guerre contro i Persiani, VI secolo a.C.); allo stesso modo,oggi, un altro “straniero” (che questa volta dalle guerre scappa…) è l’occasione per ricordare all’uomo europeo qual è la sua vera natura e, quindi, qual è la sua la “vocazione”: siamo di fronte ad un bivio (c’è di mezzo la libertà…) rispetto al quale il soggetto europeo può scegliere di muoversi da “individuo”, preoccupato ad alzare muri per evitare che qualcuno scuota il torpore delle proprie (per la verità deboli) sicurezze oppure può decidere di accogliere l’”altro”, il “diverso”, lo “sconosciuto” (lo straniero, appunto) per potersi riscoprire all’opera“comunità”. E solo riscoprendosi comunità, che l’Europa può tener fede al proprio motto e rimanere “unita nella diversità”, continuando ad essere la casa di tutti coloro che,lasciando la propria terra a causa della guerra, della fame o della persecuzione, hanno innanzitutto bisogno di ritrovare sé stessi.
Che è ciò di cui abbiamo urgente bisogno anche noi. Perciò, in questo percorso, ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo, sin da subito. L’Europa, infatti, non arriverà, se già non avviene.

jacob

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