L’inquietudine nel ritmo, ovvero il jazz

L’inquietudine nel ritmo, ovvero il jazz
Come ogni forma d’arte, la musica è il frutto di determinate condizioni socio-culturali che definiscono un’epoca. Il jazz, per esempio, si afferma nella prima metà del Novecento e ne segue i mutamenti. Nasce durante gli “anni ruggenti” dalla fusione tra il blues dei campi di lavoro con la musica dei grandi compositori classici, diventando l’emblema della gioia e del benessere dell’epoca.

SFJAZZ_CollectiveMa, dopo il secondo conflitto mondiale, anche nella musica cresce la percezione (e perciò l’espressione) del dramma esistenziale. Il ritmo swing, che fino ad allora aveva fatto ballare tutti, si sposta sul terzo battito della terzina componente il primo tempo di ogni battuta. Il risultato? Un ritmo molto più frenetico e inquieto, costituito da momenti di tensione e rilassamento, quasi come la vita pittoresca condotta dai musicisti più in voga del momento, come Miles Davis o il più giovane Chet Baker. 
La stessa struttura del brano (caratterizzata da un’introduzione, un tema, un numero indefinito di battute dedicate all’assolo di improvvisazione consapevole di ogni musicista, la ripetizione del tema e la conclusione) lascia molto spazio alla libertà creativa dell’esecutore, che emerge rispetto al quadro musicale del brano. Pare quasi un grido quel fluire di note che il musicista tira fuori dalla sua anima: si pensi al brano “Moanin”‘ dei Jazz messengers, dove i quattro musicisti stupiscono per la sequenza di trilli e di note graffiate.
I grandi brani della storia del jazz sono forse
6417821107_ffea0d3fabparagonabili ai grandi romanzi del Novecento.
Alcuni, per esempio, esprimono stati d’animo in mutamento che fanno ricordare i personaggi di Italo Svevo. Si pensi al pezzo scritto e interpretato da Miles Davis “So what” (“E allora”) che trasmette malinconia e un senso di vuoto, di inquietudine, attraverso frasi brevi e intercalate da molte pause, come quell’incompiutezza che caratterizza l’esistenza dello Zeno Cosini di Svevo. Altro esempio è l’album “Mingus plays piano” di Charles Mingus, in cui il grande  contrabbassista davanti al pianoforte compie, per così dire, un’introspezione di sé attraverso ritmi lenti e incostanti, quasi come fa Pascoli con le sue poesie che, attraverso esempi di vita quotidiana, affronta i temi più cari ad ogni uomo come lo stupore, la gioia e il dolore.

Il jazz, mi sembra, afferma musicalmente i principi e i canoni del decadentismo. Nonostante la diversa provenienza culturale e temporale, le due forme d’arte hanno in comune lo stesso piano di ricerca: l’animo umano, unione inscindibile di emozioni (“fermate” dalla musica) e delle domande più profonde che ognuno si pone (“espresse” dalla letteratura).
Pietro Varasano
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