Meritocrazia, sei davvero così bella?

Meritocrazia, sei davvero così bella?

Meritocrazia” è un neologismo coniato dal sociologo britannico Michael Young, in origine era usato per indicare una forma di governo distopica nella quale la posizione sociale di un individuo viene determinata dal suo quoziente intellettivo e dalla sua attitudine al lavoro, a questo scopo si è inventata l’“equazione del merito”: I+E=M, dove “I” è l’intelligenza (cognitiva ed emotiva, non solo l’IQ) ed “E” significa “Effort”, ovvero gli sforzi. La “I” porta a selezionare i migliori molto presto, azzerando i privilegi della nascita e valorizzandoli attraverso il sistema educativo. La “E” è sinonimo della concorrenza e del libero mercato. A un certo uso del termine in senso dispregiativo, si è affiancata col tempo un’accezione più positiva, specialmente in Italia, tesa a indicare una forma di governo dove qualsiasi ruolo o professione che richieda responsabilità nei confronti di altri, è affidata secondo criteri di merito, e non di appartenenza a lobby, o altri tipi di conoscenze famigliari o di casta economica.

climbing-334709_960_720La riflessione sul concetto di meritocrazia parte dalla distinzione tra merito concreto e merito percepito (quello che si potrebbe definire il “me-lo-merito”). Chi è vittima del merito percepito? Tutta quella parte della popolazione che, pur professando il dogma della meritocrazia, non intuisce che la realizzazione di tale aspettativa indurrebbe alla propria stessa esclusione dalla “società dei migliori”. Perché? Perché tutti, o quasi, ci riteniamo meritevoli di qualcosa. E in virtù di questo arrogante presupposto consideriamo che sia giusto tifare in favore di una tale utopia, convinti che ne gioveremmo in prima persona. Pensiamo innanzitutto all’impossibilità di misurare la I e la E dell’equazione precedente. Come si valuterebbe la “I” l’intelligenza di una persona? I criteri di rilevazione sarebbero sempre e comunque arbitrari e non oggettivi: basti pensare ai tanto discussi test d’ingresso per le università, ai quiz proposti per i concorsi pubblici (scremano davvero la massa per ottenere il meglio possibile?), o quelli per il calcolo del QI. Invece come si calcolerebbe la “E” l’effort, la quantità e la qualità del lavoro svolto, numero di ore lavorate, obiettivi raggiunti, come vengono monitorati questi obiettivi, per usare termini aziendalisti i famosi KPI (Key performance Indicator)? Sono univoci o variano da azienda ad azienda? Possono essere globali?

Facciamo un esempio: l’essere laureati significa “meritare un lavoro”? Analizziamo il luogo comune più esemplificativo. «È meritevole chi consegue un titolo di studio». L’aumento di laureati (in relazione ad un’offerta di lavoro in costante diminuzione) ha depotenziato il valore del titolo nell’ambito lavorativo. Da quando sono state istituite le lauree triennali, il numero dei titolati si è impennato (pur restando sotto la media europea in termini percentuali) per ovvi motivi: molti sono più spronati ad intraprendere il percorso, illudendosi poi di avere il lavoro una volta ottenuta la propria laurea. Questo perverso ragionamento fa comodo agli atenei: più studenti, più rette universitarie. Ma come qualunque bene in eccesso, questo titolo di studio ha perso valore. Il motivo? Un’idea sbagliata di “status” sociale in qualche modo connesso al semplice possedere un pezzo di carta, da avere per poter contare qualcosa in una società competitiva come la nostra. Qui si apre un’altra criticità: il titolato sarà davvero più efficiente come lavoratore? Molto spesso alcuni concorsi pubblici richiedono titoli specifici più per questioni formali che di sostanza. E qui si torna alla riflessione iniziale molti titolati ritengono di possedere il lasciapassare per una élite. Anche se, a conti fatti, proprio in quella leggendaria società meritocratica avere una laurea in tasca non equivale a “meritare un lavoro”. Perché se è vero che il lavoro (in generale) è un diritto, è anche vero che tutti i laureati si aspettano di trovare occupazione nel settore (specifico) di competenza, un’intraprendente autodidatta amante del lavoro, ma privo di mezzi per poter ottenere un titolo accademico, potrebbe surclassare, in quanto a lena ed ingegno, un laureato svogliato o completamente distaccato dalla realtà lavorativa, quindi chi meriterebbe di più? Con quali criteri si dovrebbe valutare?

La meritocrazia, in sostanza, non tiene conto delle variabili socio-culturali che impediscono, ad esempio, ad una persona povera alla nascita di avere le stesse possibilità di una benestante. Per questo, già in partenza, è impossibile ritenere che tutti possiedano gli stessi strumenti. Dunque, se non si ottengono i risultati sperati, la causa non è da riscontrare nella mancanza di impegno personale (fattore interno, gestibile) ma nell’ingiustizia sociale di base (fattore esterno, incontrollabile). Senza maggiori uguaglianza ed equità, insomma, non potrà mai esservi vero merito: oggettivo e riconosciuto socialmente in base, appunto, ad una diversa idea di “vetta” da costruire in termini di utilità collettiva. A questo proposito si potrebbe pensare di fare una breve analisi sulla “meritocrazia” nelle economie anglosassoni, che ad oggi risultano le più stabili ed efficienti e spesso vengono indicate come modelli di società meritocratica. Siamo sicuri che lo sono? Come è declinata in questi contesti la meritocrazia? Non avendo esperienze dirette ho trovato in rete un intervento della giornalista Italiana Barbara Serra che vive e lavora in UK dall’età di 9 anni. (Il lato spietato, ma necessario, della meritocrazia – https://www.youtube.com/watchv=NXdixb_5Vpk). Ascoltando l’intervento si capisce come in UK, e nel mondo anglosassone in generale, venga inteso il termine “meritocrazia”. Fin dalle scuole elementari il sistema di valutazione è tarato sui risultati dei migliori, quindi non esiste una scala generale creata dal sistema ma, ogni classe ha una scala a se, ed aiutare il compagno di banco significa peggiorare la propria situazione e quella dell’intera classe, quindi si forma uno spirito competitivo-egoistico, fin dalla tenera età. Inoltre, come si evince dall’esempio di CV che viene presentato, quanti, in Italia hanno a soli 21-22 anni le stesse esperienze professionali, di viaggio o di volontariato della ragazza?

In tutta coscienza, siamo culturalmente/socialmente in grado di reggere una simile competizione in cui devi sempre e costantemente dimostrare di avere più spirito di adattamento, iniziativa, intraprendenza di qualcun altro. La meritocrazia all’anglosassone prevede ritmi serrati, in cui durante le vacanze estive non si bivacca tra mare, casa e passeggiata con gli amici ma, si fanno esperienze lavorative in linea con gli studi intrapresi, anche a titolo gratuito.

Un’ultima osservazione. La meritocrazia piace (quasi) a tutti, a parole. In realtà il sistema meritocratico è durissimo: bisogna considerare che troverai sempre qualcuno migliore di te, o alle costole, e con la costante minaccia di non aver niente d’acquisito ma, di dover sempre dimostrare quanto vali, ad ogni occasione, ad ogni età. Questo è, in realtà, un sistema meritocratico…e il 99% delle volte, anche se si ha successo, ci sarà qualche concorrente bravo che fa ingollare rospi amari. Siamo veramente disposti a rinunciare allo starsene un po’ tranquilli la sera a godersi un po’ di TV, la pasta, un buon libro, tanto il mio l’ho fatto e non me lo toglie nessuno? Siamo veramente consapevoli quando diciamo di volere un sistema meritocratico? Siamo in grado di sviluppare un sistema meritocratico meno anglosassone e più a misura d’Uomo?

Giuseppe Salerno

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