Perdiamo la “cultura della famiglia”, non è questione di sgravi, sconti e Cirinnà

Perdiamo la “cultura della famiglia”, non è questione di sgravi, sconti e Cirinnà

Ce ne siamo accorti. Anche se ora sembra tutto “scemato” in uno “scemo” partito,  ci siamo accorti che il tema famiglia ha riscaldato le sedie e le poltrone di molte case italiane, per capire se e in che modo avremmo avuto anche noi “finalmente” (?) una nuova legge sull’amore.

La famiglia, sia quando va sui giornali, sia soprattutto quando “non va”, è una di quelle parole che quotidianamente utilizziamo per spiegare la nostra vita, per organizzarla, per raccontarci agli altri nel bene o nel male, insomma per definirci un po’, per dire di noi un po’ di più di quel che si vede osservando il nostro vestiario. La famiglia è un tema, un concetto che ci circonda, cui inevitabilmente apparteniamo, ma spesso non è mai l’oggetto (il soggetto) delle nostre azioni. Semmai è come un pungiball, su cui scarichiamo la nostra ansia, la nostra mancata realizzazione, la nostra riserva indiana di sogni ed interessi: la famiglia si stringe, si restringe, si allarga, si adatta, in maniera intelligente e positiva o spesso in maniera negativa, per far posto a quello che ciascuno dei membri della famiglia ritiene essere buono per sé. Una sorta di cassetto in cui ci ficchi con forza i fogli sgualciti che non vogliono starci e che hai deciso che, volenti o nolenti, devono star lì.

Proviamo a fare un esempio calcistico (si sa… il calcio in Italia è una pur nobile famiglia domenicale): immaginiamo un buon terzino, uno di quelli che corrono, che dribblano, dal paso double facile ma con la svogliatezza di dover rincorrere l’avversario, ignaro del fatto che difendere è anche uno dei compiti. Lui diventerebbe forse uno dei migliori terzini, di quelli dalla maglietta taroccata in ogni bancarella fuori dallo stadio, ma gli avversari ne approfitterebbero subito di questo suo “talento” (usato male) e la sua squadra si ritroverebbe spesso a perdere. Un giocatore singolo, fenomenale, ma ignorante del concetto principe del calcio: la squadra.

Non gli manca lo spirito di azione, men che meno la voglia di emergere, di fare, di lottare, gli manca lo spirito di squadra. Cioè la famiglia. La famiglia come soggetto sociale oggi è stretta nella morsa esplicita di un filone culturale che vorrebbe confinarla tra gli annali della “tradizione”. Contemporaneamente, però, non sono solo i gender studies e le Cirinnà a compire l’esistenza della famiglia uomo-donna (antropologicamente naturale e razionalmente unica), sono anche e soprattutto tutte le leggi di un sistema, tutti i modelli organizzativi e i nostri comportamenti individuali che rendono astratto il concetto di famiglia. Concetto cui, tutti noi invece, in varie forme, ci richiamiamo. Insomma è l’aria generale ad essere anti-famiglia, non solo l’ultima trovata vendoliana.

Si possono fare tanti esempi, mi fermo a due per non allungare troppo il brodo e renderlo alla fine sciapo. Il primo, quello lavorativo, lo prendiamo dal lato personale di ciascuno di noi. Immaginiamo, senza poi nemmeno tanto sforzo, un giovane ragazzo con famiglia duetalento, magari sposato, due figli, che ottiene un cambio di carriera, un avanzamento, la realizzazione di un “sogno” (direbbero tanti): guadagnerà di più ma dovrà stare lontano dalla casa e dai figli e dalla moglie (evitando facili battute sulla fortuna di tale tizio) molto di più. Spesso tale talento accetta la nuova situazione, perché, spessissimo, a dominare le ragioni della scelta sono i soldi e la carriera, e lo fa nobilmente “in nome della famiglia”, senza (quasi) mai aver riflettuto su quale invece sia per la famiglia la scelta migliore. Ci siamo mai chiesti se quel nuovo lavoro, quei nuovi soldi, quel nuovo orario siano più necessari per la famiglia di quanto non lo sia mantenere il vecchio lavoro, il vecchio e ridotto stipendio, la vecchia utilitaria senza park assistant? Mai.

Perché a dominare la scelta è sempre la logica a individuale, quella del fenomenale “io”. Io, la mia carriera, l’immagine di stipendio che devo raggiungere, il mio ruolo, la mia macchina in competizione con quella dei miei amici. Puff, quante volta ragioniamo così. L’esito banale e a volte non voluto è che così facendo la famiglia resta semplicemente un pretesto. Non solo “l’io”, anche il sistema complessivo dello Stato, delle aziende, tratta la famiglia come un impedimento, un accessorio secondario un po’ datato. Pensiamo ai nuovi concorsi nazionali che hanno visto la luce da poco, nati tuttPoli_Famiglia_1915i sotto l’onda di quel cavallo di troia chiamato merito. Ci siamo, in sostanza, concentrati sul merito, sulla trasparenza, sull’oggettivo (e fesso) dato che nasce dalla valutazione incontrovertibile, senza mai chiederci cosa tutto ciò avrebbe comportato per le relazioni famigliari. Abbiamo sempre e solo parlato del sistema scolastico. Il risultato? A 40 anni una maestra di Palermo si ritrova la cattedra a Milano e i tre figli a Palermo. Sicuramente (?) la cosa funziona per il sistema scolastico, ma siamo sicuri funzioni anche per quella famiglia? Come si può far famiglia con la mamma a Milano che vede i suoi figli se va bene 1 volta al mese? Avremo una nuova insegnante in più e una mamma in meno. L’insegnante sarà (probabilmente) demotivata e i suoi figli saranno (probabilmente) arrabbiati.

Quello che manca alla famiglia non sono soltanto soldi, sgravi, sconti, quanto una cultura della famiglia. Manca quando si “fanno” le leggi, manca a noi quando decidiamo della nostra vita, manca al popolo quando giudica la società. Se la famiglia è quel che è per noi, cioè il primo nucleo con cui siamo venuti a contatto col mondo, bisogna rimettere mano a tutto il sistema, in primis quello delle nostre scelte, per salvarla dall’aggressione statalista e “denarosa” (vedi l’esempio delle ferie aziendali con famiglie eternamente costrette a fare le vacanze divise perché ovviamente quasi nessuna azienda tiene conto di questo quando concede le ferie). Ciascun di noi può interrogarsi su questo senza scandalo e con la consapevolezza che in fondo dire “famiglia” significa dire in primis qualcosa che ci genera e ci precede e quindi che diventa criterio di scelta, prima ancora che scusante.

Per ripesare la famiglia, oltre a politici con una simile cultura, occorrono luoghi di educazione “alla cosa”. Sì, alla cosa. Bisogna educarsi a ragionare così se vogliamo essere padri/madri/figli prima ancora che cittadini o professionisti. D’altronde siamo nati da grembo di donna non da decreto ministeriale, men che meno da performance di produttività.

Tampagno

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