Chi ha paura del premio ai docenti?

Chi ha paura del premio ai docenti?

A Bologna alcuni docenti hanno scelto di rifiutare il bonus premiale, quello che la legge 107, BuonaScuola, conferisce agli insegnanti in base al merito e all’impegno profuso nell’anno scolastico (da non confondere con i 500 euro per la formazione). E’ successo in molte scuole, come l’altro ieri ha documentato Corrado Zunino su Repubblica (l’articolo si può leggere qui) e anche a Taranto (si legge su La Ringhiera). “A tutti o a nessuno”, si è detto in qualche scuola. Altrove, si legge sempre su Repubblica, “la protesta ha assunto modalità nobili: i soldi destinati ai singoli sono stati donati a progetti didattici, spesso per ragazzi con il passo lento”.

Che c’è di male? Tutto. Per esempio l’odiosa tendenza ad ammantare la protesta di buonismo attraverso l’aiuto ai deboli. Cosa c’entrano gli allievi con difficoltà? Perché non aiutarli con impegno personale e gratuito? Se proprio si vuole dare una mano, perché non farlo in silenzio e discrezione, senza usare ciò che è destinato ad altro come strumento simbolico della propria protesta? L’aiuto alle difficoltà non può diventare un mezzo, è un fine.

 “A tutti o a nessuno”, dicono altri. Fossi nei panni del legislatore, scioglierei subito il dubbio: “a nessuno”. Ma sarebbe un far capricci con i capricciosi, perché l’ipotesi è davvero insensata: dare a tutti svuoterebbe il senso stesso dell’iniziativa, poiché senza differenze non si ha riconoscimento del merito.

Sono tante le espressioni creative della protesta nelle diverse città, ma il fatto che le unisce, e che sconforta, è il solito: l’alzata di scudi, il movimento di rivolta, persino il gesto nobile arrivano sempre, ma proprio sempre, per dire no a qualcosa. E per lasciare tutto così com’è. Io stesso, per la verità, non credo ciecamente nei meccanismi che incentivano la concorrenza: non sempre umanizzano i contesti e non sempre portano risultati. Credo, inoltre, che tanti bravi docenti non riusciranno a far emergere le proprie capacità, che non si misurano solo con il consenso degli allievi o con i progetti speciali (sono alcuni tra i criteri di valutazione che si sono visti in giro).

Eppure, nonostante questo, non dico no, anche in relazione al sistema attuale. Un’introduzione del merito rispetto al sistema attuale (più anni di servizio = più stipendio) rappresenta un evidente passo in avanti, pur se limitato nelle risorse: lavorare da anni non significa lavorare bene e lavorare tanto. Del resto, chi ancora considera il servizio pubblico come una sorta di merito in sé è un po’ fuori dalla storia, soprattutto chi lo fa con la pretesa di un certo riconoscimento morale: da qualche tempo (almeno dagli anni della crisi) il servizio pubblico non è più “l’onorato servizio allo Stato”, ma è il privilegio (meritato, ci mancherebbe) di pochi che un posto ce l’hanno rispetto ai tanti che lo cercano disperatamente.

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E allora, l’iniziativa del merito è infallibile? No. In qualche scuola non saranno premiati i migliori? Forse. E dunque, perché non sono anch’io tra quelli che si oppongono? Per un aspetto che non molti stanno osservando, e cioè la dimensione premiale “positiva”. Cosa significa? Che non viene tolto nulla a nessuno. Il riconoscimento del merito, infatti, si pone come premio positivo per chi fa di più, non come spauracchio per chi fa di meno. Non toglie qualcosa o mira a spaventare (vi ricordate Brunetta?) ma semplicemente incentiva.

“E allora, perché protestano?” si chiede il normale cittadino che non comprende il mondo della scuola e quella sua ormai atavica, cristallizzata tendenza all’uguaglianza, con la quale si giustifica da decenni la conservazione.  Vogliamo dire la verità? La dico in prima plurale, e senza generalizzare, perché il sentimento di cui parlo riguarda anche me, prima della riflessione e del giudizio. Non vogliamo il bonus perché abbiamo paura. Di cosa? Dell’eventualità che qualcuno, tra qualche anno, venga a chiederci: “ma tu, in questi anni, quante volte hai ottenuto il Bonus docenti”? Il dover rispondere “mai” ci terrorizza, così come il dover riconoscere che il collega tanto odiato lo ottiene ogni anno. Siamo, in fondo, indisponibili a subire quell’azione che noi stessi facciamo tutti i giorni: la valutazione.

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E’ possibile che possa accadere a tutti, anche ai più bravi. E’ possibile che siano determinanti le antipatie del Dirigente, il clima complessivo, l’incapacità di riconoscere l’innovazione tecnologica e il suo valore nell’apprendimento (o, forse, è possibile che conduca all’errore una sua sopravvalutazione). Sì, tutto è possibile. Ma resta un dato di fatto: nulla sarà tolto. E, se in qualche caso ci sarà l’ingiustizia, in molti altri non sarà così. Sicuri che il sistema, nel suo complesso, non possa giovarsene? Perché il livore per chi avrà di più, se nulla sarà tolto.

Tutti sono capaci di condividere le sofferenze di un amico. Ci vuole, invece, un’anima veramente bella per godere del successo di un amico“, scriveva Oscar Wilde, descrivendo magnificamente il potere di questo profondo limite dell’animo umano: l’invidia. Proviamo, per quanto possibile, a non farla prevalere.

Pino Suriano

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