Quel suicidio in Università

Quel suicidio in Università

“Siamo tutti attoniti”. Ha chiuso così il suo comunicato il rettore di Roma Tre, ieri, sulla vicenda del 26enne studente di Potenza che si è ucciso sparandosi un colpo in testa nella facoltà di Ingegneria. Siamo tutti attoniti. Lo siamo davvero, ed è faticoso anche solo rimanere sul pensiero di un fatto del genere, ma se non lo facessimo non saremmo uomini. Dobbiamo starci. Come quei cinque o sei che erano lì davanti e hanno assistito alla scena. Erano lì per caso, e ora saranno lì per sempre. Ma non solo loro sono costretti ad affrontare un fatto del genere, lo siamo tutti. Tutti noi come loro alle dodici e mezza della giornata di ieri eravamo impegnati per i fatti nostri, a studiare, a lavorare, o avevamo finito e stavamo cazzeggiando un po’, scrollando la timeline di qualche social. Chissà da cosa eravamo distratti in quel mezzogiorno. Ma Lui ci ha improvvisamente schiantato sulla terra, sulla terra su cui  Lui stesso si è schiantato. E ci ha lasciato con una domanda grande quanto la sua assenza, violenta quanto la sua morte. Perché? Si può avere ventisei anni e non avere nemmeno una speranza sulla vita? La ho io una speranza?

depression-94808_960_720Ha scelto di farlo in Università, tra quelli che potevano essere compagni di studio, pur abitando a diversi chilometri da là. Doveva avere forse in odio quel posto. Forse odiava anche quelle persone, la gente che aveva visto passargli accanto nei suoi anni li. Cosa ne sappiamo? Ma doveva nutrire, forse, oltre alla paura immensa, anche la segreta speranza che qualcuno lo incontrasse, lo notasse. Magari lo salvasse da quel gesto, gli desse una ragione per restare, un sorriso. Gli facesse sembrare meno terribile la vita da cui era deciso ad uscire. Magari c’è stato, ma non gli è bastato, o non se n’è accorto.

Ad oggi non si conoscono le ragioni del gesto. “Era indietro con gli esami”, ha detto un amico. E verrebbe da sorridere, se non avessi provato tu stesso sulla tua pelle che quando sei solo anche la minima difficoltà ti sembra insormontabile. E che il mondo intero alla prima difficoltà è tutto lì intorno a urlarti che sei un fallito.

Ora Lui è finalmente guardato come mai avrebbe sperato e immaginato. Noi siamo qui, messi di fronte alle nostre domande. Di fronte al fatto che un uomo è davvero un infinito. E non esiste recinto, per quanto grande, in cui possa accontentarsi. E viene da dire una preghiera, per chiedere perdono. Per lui e per noi, che suicidiamo il nostro cuore e il cuore degli altri molto più spesso di quanto non pensiamo. E di fronte a Lui ora forse ce ne accorgiamo. E dovremmo scrivere “lettere piene d’amore”, come il poeta. “Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita”.

Gabriele Raimondi

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