Referendum, le ragioni del no: “Uccideranno le comunità reali di politica”

Referendum, le ragioni del no: “Uccideranno le comunità reali di politica”

All’epoca in cui Berlusconi voleva riformare la Costituzione – e ci provò nel 2006 salvo il fatto che il referendum fu tenuto appena dopo la sconfitta elettorale alle politiche e perciò quella riforma ne fu travolta- Benigni ne tesseva oltremodo le lodi e la definiva “la costituzione più bella del mondo”, una sorta “di Giulietta a cui non si poteva e non si doveva torcere nemmeno un capello”. Oggi che è il suo concittadino ed ex primo cittadino, Matteo Renzi, a proporne la riforma, si accorge che questa sorta di “Giulietta” non è più la fresca e bella signorina di un tempo, le è apparsa sul volto – e non solo – qualche ruga per cui un lifting e qualche altro intervento di chirurgia estetica non le farebbero assolutamente male.

Noi che, almeno dagli inizi degli anni ’80, sulla scorta di Pacciardi, Almirante, Craxi (i politici) ma anche di Mario Vinciguerra, Celso Mazziotti, Pietro Calamandrei, Carlo Costamagna, Rocco Montano, Vitilio Masiello, Giano Accame (gli studiosi), sosteniamo la necessità di un trapasso ad una vera seconda Repubblica e di una sostanziale riforma del titolo II della Carta costituzionale, non vogliamo passare né per beceri conservatori dello “status quo”, né per pseudo riformisti secondo l’italica tradizione di far in modo che qualcosa cambi per nulla far cambiare in realtà. Allora, Renzi o non Renzi, parliamo del merito e affondiamo la lama nella carne viva e sanguinante della discussione politico-istituzionale. Anche l’ultimo risultato elettorale di carattere amministrativo, prima di tutto col fortissimo astensionismo del secondo turno e poi con le eclatanti vittorie del Movimento 5 Stelle, ci ha segnalato che la distanza tra popolo italiano e politica non si accorcia ma si incrementa. Il divario tra quelli che Gaetano Salvemini chiamava “paese reale” e “paese legale” non accenna affatto a ridursi ma si accentua sempre di più.

Alla luce di questo dato, oramai cronicizzato e che speriamo sia ancora reversibile, in una riforma istituzionale di quella che è la “Magna Charta” della nostra vita politica, ci sarebbe bisogno di modifiche e di interventi chirurgici non tesi a nascondere qualche ruga (talvolta questi interventi finiscono per far apparire le beneficiarie persino più invecchiate in perfetta sintonia col famoso esempio di Pirandello quando nel suo saggio sull’umorismo, voleva spiegare come sia facile perdere il senso del ridicolo) bensì a ridare veramente linfa a questo strumento fondamentale della vita politica di ogni Nazione accrescendo gli spazi della partecipazione utili a stimolare e ad innescare un processo virtuoso di riavvicinamento del Popolo alla politica.

Benigni_croppedInvece cosa fa consapevolmente Matteo Renzi? Approva, difende e propaganda una riforma istituzionale che riduce ulteriormente gli spazi di democrazia e partecipazione arrivando, durante l’ultima “Leopolda”, persino a teorizzare questo processo con il conio di una nuova parola, destinata nei prossimi anni ad arricchire il nostro politichese: disintermediazione. In pratica si inventa un Senato non elettivo, composto di “designati” dei Consigli Regionali, quegli stessi Consigli Regionali che sino a qualche mese fa, durante il referendum sulle trivelle, egli aveva vituperato, malamente e decisamente stroncato, facendoli apparire luoghi dello spreco e covo dei nullafacenti. Oggi, con la sua riforma, vorrebbe che quegli stessi Consigli Regionali designino i Senatori della Repubblica che, in qualche modo pure parteciperanno al processo legislativo e che addirittura eleggeranno il Capo dello Stato. Provvede poi ad eliminare il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro un organismo che, nel disegno dei padri costituenti, era destinato ad offrire al processo legislativo quell’expertise (patrimonio di competenze e conoscenze) fornito in qualsiasi altro Stato o dalla Camera Alta (I Lords di nomina reale in Gran Bretagna) oppure da altri organismi consultivi composti da esponenti della Cultura, delle Arti, delle Professioni e dell’Economia. In verità come tante altre previsioni della costituzione questo organismo (direttamente proveniente dagli studi di applicazione della Dottrina sociale della Chiesa) non ha mai funzionato al meglio per una sorta di strisciante ostruzionismo della politica.

La giustificazione usata da Renzi per queste due amputazioni? Costano dobbiamo risparmiare. La stessa logica usata da Monti per ridurre il numero dei consiglieri comunali sicchè oggi in piccole realtà si fatica a trovare gente disponibile a sobbarcarsi il peso del governo amministrativo di queste realtà. Se poi si entra nel merito, il CNEL costava meno di una ASL e per raggiungere lo stesso obiettivo forse sarebbe bastato operare qualche altra riduzione di ASL. Il costo delle elezioni del Senato rappresenta un costo irrisorio considerato che lo si eleggeva nella medesima tornata dell’altro ramo del Parlamento. Si dice pure che questi nuovi senatori non prenderanno stipendi. Bene! Immaginiamo cosa accadrà ai due sindaci che entreranno in Senato per ogni Regione: dovranno risiedere a Roma per almeno un paio di giorni alla settimana (sottratti al loro impegnativo e duro lavoro nei comuni) e non lo faranno, non lo potranno fare, a proprie spese perché l’indennità che prendono da sindaci sarà loro enormemente insufficiente. Quindi ciò che esce dalla porta (la spesa delle indennità) rientrerà dalla finestra (il rimborso delle spese di viaggio, vitto e alloggio a Roma). Altrettanto potrà dirsi per i futuri senatori di diretta promanazione dei Consigli Regionali.

Per farla breve (per quel che è possibile su tali temi) la “disintermediazione” nei luoghi istituzionali vorrà dire ulteriore distanza tra politica e popolo e rafforzamento di quella vicinanza virtuale (predicata da Grillo e i 5Stelle e ripresa da Renzi) che è rappresentata da manipolate e manipolabili consultazioni on line, finti esempi di “democrazia diretta” sostituzione della “piazza” reale con “piazze virtuali” in cui il sapore e l’odore di “sangue e merda” di cui la politica è fatta, come diceva un famoso esponente della 1^ Repubblica, non potrà più avvertirsi; in cui il gusto di ritrovarsi in gruppi, comunità reali e discutere, scontrarsi, trovare faticose sintesi, costruire progetti e tentare di realizzarli come si diceva avvenisse nella tanto decantata (a parole) democrazia ateniese non potrà più saggiarsi. E questi spazi (in politica come in Natura non esistono vuoti) verranno occupati da lobby, da interessi non costituzionalmente ed istituzionalmente eletti, rappresentati ed istituiti.

E come sta già accadendo i grandi media tesseranno le lodi dell’astensionismo. “In tutti i paesi più civili oramai non vota più del 50-55%. Qual è il problema?” è lo slogan dei commenti sul dopo-voto amministrativo. Noi ci poniamo il problema invece che in questa società “liquida” di forte ricomposizione sociale, le fragilità sociali sono aumentate. I poveri, al di fuori di ogni sociologismo politicamente corretto, stanno crescendo e questi rischiano di non avere rappresentanza perché il non voto, l’astensionismo non toglie nulla alla rappresentanza dei così detti poteri forti. Semmai l’accresce e la moltiplica indebitamente. Riflettiamo su ciò che si sta facendo, riflettiamo; con ragionevole dubbio non subiamo gli effetti distorsivi di una mera –ma anche efficace, non si può negare – propaganda politica ma approfondiamo e facciamoci un’idea. Nostra però, libera ed incondizionata. Con e senza Benigni.

Leonardo Giordano

 

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