*Photo by Giorgia Meschini*

Piero Boitani, uno dei massimi anglisti italiani, qualche anno fa pubblicò un saggio dal titolo: << Il Vangelo secondo Shakespeare>>. La versione cine – teatrale di Kenneth Branagh de “Il racconto d’inverno” del grande drammaturgo inglese è la conferma che mai forse titolo fu più centrato, a dispetto di tutte le polemiche che quel titolo suscitò all’indomani dell’uscita del saggio. Abbiamo parlato di versione cineteatrale del dramma scespiriano che data 1611, cinque anni prima della scomparsa del Bardo di Stratford, perché in realtà Branagh con sapiente maestria ha proposto la versione teatrale ripresa in funzione anche di una riproduzione cinematografica. Ne è venuto fuori un prodotto davvero superbo, con grandi interpretazioni tra le quali spicca la magistrale Paolina di Judi Dench.

Shakespeare“Il Racconto d’Inverno” appartiene all’ultima stagione della vasta produzione di Shakespeare; in essa egli sperimenta nuove ed inedite soluzioni teatrali e drammaturgiche. Dopo aver frantumato le rigide ed infertili regole dell’unità aristotelica di luogo, tempo e tono nella sua prima e seconda stagione poetica, nella fase dei così detti “drammi romanzati”  Shakespeare prova a fondere in un unico genere teatrale stili e generi tra i più disparati e distanti. Questa sperimentazione trova forse il suo apogeo proprio in “Racconto d’Inverno” che inizia come una tragedia sullo stile di “Othello” e di “Re Lear”, per continuare con lo stile di una commedia pastorale, per sconfinare in scene cantate, danzate e musicate, quasi si trattasse di un moderno musical. Inizia con un’ambientazione mediterranea (la Sicilia magno-greca  di Re Leonte) per continuare con un set tipicamente nordico e continentale (la Boemia di Re Polissene) ed infine far ritorno all’originaria ambientazione siciliana.

Coleridge definì il suo capolavoro, “La ballata del Vecchio Marinaio” , “una storia di crimine, pentimento ed espiazione”. Più cattolicamente “Racconto d’Inverno” è definito dai critici un dramma di “smarrimento, ritrovamento e riconciliazione”. Il linguaggio scenografico e iconografico utilizzato dal Bardo può definirsi “liturgico” con i suoi parallelismi sottilmente ed elegantemente allusivi: Ermione /Madonna, Re Leonte/Erode, Camillo/ Giovanni Battista, Paolina/Marta, Antigono/Giuseppe, Perdìta in fasce/Gesù Bambino, Autolico/ Buon Ladrone ma anche Re Leonte/Adamo. I tempi della storia richiamano con molta evidenza il tempo del Natale (sono infatti dei pastori che rinvengono Perdìta, la principessa in fasce abbandonata su una fredda landa deserta di una Boemia invernale) ma anche il tempo della lunga Pasqua che va dalla Resurrezione alla Pentecoste sotto le spoglie della pagana Festa della Tosatura con tanto di banchetto rituale.

La scena finale è ambientata nella  cappella del palazzo reale, laddove Ermione, moglie di Re Leonte ritenuta morta, riappare come una statua vivente in una nicchia e si manifesta in candide vesti per promuovere la riconciliazione finale tra moglie e marito (Ermione e Leonte) tra padri e figli (Re Leonte con Perdita, Re Polissene con il principe Doricle/Florizel), tra amici diventati nemici per stupida gelosia (Re Leonte e Re Polissene), tra sovrano e sudditi (Re Polissene e il Pastore-Padre Putativo di Perdìta). Ma attenzione, “Racconto d’Inverno” non deve essere scambiato per una sorta di “dramma ideologico” avente per scopo quello di difendere il Cattolicesimo in un’Inghilterra oramai completamente votata alle varie fedi protestanti. “Racconto d’Inverno” è innanzitutto una storia umana, profondamente, troppo umana, che muove dalla cecità spirituale di Re Leonte che arriva ad essere geloso della fedele Ermione e a ripudiare l’amicizia fraterna con Re Polissene,  per riguadagnare gradualmente, con lo sperimentare dolorosamente sulla propria pelle le conseguenze nefaste di questo suo smarrimento, lucidità e fede negli altri sino alla riconciliazione finale. Non è “opera bigotta”.

I personaggi hanno tutti nomi pre-cristiani, Dio, di volta in volta è citato con i nomi del Pantheon greco: Apollo, Giove. C’è un verso in cui Camillo dice a Doricle, principe figlio di Polissene e futuro sposo di Perdìta, che le “natura ferita è guarita dalla stessa Natura” laddove Natura sta per Provvidenza. Questo si spiega non solo con la volontà di Shakespeare di sfuggire alla censura protestante. “Racconto d’Inverno” fu rappresentato per la prima volta dalla Compagnia del Re a corte, alla presenza di Re Giacomo I Stuart. Vi è forse in Mastro Will la volontà di parlare a tutti, di occuparsi dell’umano, di universalizzare il suo messaggio. Che poi tutto questo, come dice il critico lucano Rocco Montano, sia “cattolico” è un altro discorso, non il “cuore” di questo discorso.

Un’ultima nota sul regista ed attore principale Kenneth Branagh. Con questa produzione egli ha portato a compimento la meta scespiriana di fare “arte totale” aggiungendo alle Muse Classiche: Poesia, Teatro, Danza e Musica, la novella musa dell’arte cinematografica, dimostrando di aver compreso nel profondo la valenza universale dell’opera di Sir William Shakespeare.

Leonardo Giordano

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