Trivelle: difendiamo pure mare e terra, ma è il nostro cuore la terra più preziosa

Trivelle: difendiamo pure mare e terra, ma è il nostro cuore la terra più preziosa

Scrivo dalla Basilicata, costa jonica. Lunedì mattina discutevo con una collega insegnante del referendum sul petrolio e del possibile danno delle perforazioni sul nostro mare. Sembrava evidente che il giudizio più logico, giusto, conveniente dovesse essere il sì (al referendum del 17 aprile) e il no (alle trivelle). Solitamente diffido dalle soluzioni troppo facili e nette, perciò mi sono chiesto: “Ma il nostro stipendio, da dove viene? Cioè, chi o cosa permette di sopravvivere a noi che non produciamo alcun bene materiale“? La domanda mi ha salvato dalla faciloneria dell’ambientalismo estremo e mi ha portato a guardare con gratitudine chi “sviluppa” il mondo, cioè chi ne tira fuori le risorse (alimentari ed energetiche) che permettono a me e alla mia famiglia di vivere e consumare senza produrre in modo diretto.

Vendita dei medicinali nel mondo
Distribuzione dei medicinali nel mondo

Ma il meglio della mia messa in crisi doveva ancora venire. Un paio d’ore più tardi aprivo il libro di geografia e trovavo questa cartina: il 77% dei farmaci del mondo si vende in Europa e negli Stati Uniti. L’immagine mi ha chiesto di essere ancora più leale. Ho pensato a mio figlio, che in questi giorni sta prendendo un po’ di medicine: lo aiuteranno per i raffreddori; in altre parti del mondo, con costi non molto differenti, ad altri bambini si potrebbe salvare la vita. Ho ripensato a un’argomentazione tipicamente “no triv”: quella dei (pochi), e senza scrupoli, signori del petrolio che si arricchiscono a danno dei (tanti) cittadini sfruttati e del mare distrutto. Ormai faceva ridere. Con quella cartina davanti agli occhi era evidente che io non ero più tra gli sfruttati, ero e sono tra i (pochi, sì siamo pochi in relazione al mondo) fortunati sfruttatori. Ho sentito un triste moto di coscienza, per il male degli altri, ma anche di gratitudine, un po’ egoistica, per l’essere nato nella parte fortunata del mondo, l’Occidente: quella che sfrutta, non quella sfruttata. Mi sono ricordato di un verso di De Andrè: “Anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti”.

A quel punto la mia “opinione giusta”, il mio sì anti-trivelle per difendere il mio mare (ma quale mio?… è di ogni uomo) si è fatto piccino di fronte all’ingiustizia lampante di tutto il mondo. Quanto è piccolo il nostro referendum rispetto al mondo. Certo, le mie braccia non arrivano oltre (e neppure la mia generosità, che non è tanta), ma il cuore allarga gli orizzonti, vuole di più. “Tu che voti al referendum con tutto il tuo orgoglio, ma davvero tieni all’ingiustizia nel mondo? Cosa dai per questo?“. Ho visto la mia ragione e il mio cuore allargarsi. Prima nel dubbio (di cosa vivo io?) poi in un orizzonte più largo (e il mondo?) poi in una domanda finale: chi o cosa renderà giusto ciò che è ingiusto?

Non il piccolo referendum, ne sono certo. Io, personalmente, voterò sì perché, tra le diverse ipotesi (ce ne sono tante, e ragionevoli, anche per il no) mi interpellano alcuni richiami come questo del vescovo di Taranto Monsignor Filippo Santoro (a proposito, il 15 sarà a Policoro per questa iniziativa dell’Imprevisto). Voterò sì, ma non avrò l’illusione di fare qualcosa di grande. Il senso della misura, nelle cose, è importante. “C’è una terra più grande e preziosa da difendere dalle trivelle della piccolezza: è il nostro cuore“. Ma per questo -dice il mio amico Michele Borraccia – nessuno si scalda più di tanto.

Per nascere poca terra, per morire, tutta la terra; per nascere il Portogallo, per morire il mondo.” (Padre Antonio Vieira, missionario cattolico del 1600)

Pino Suriano

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