“Un territorio sconosciuto”: quando l’ideologia incontra la realtà

“Un territorio sconosciuto”: quando l’ideologia incontra la realtà

La giornata di uno scrutatore”, racconto lungo di Italo Calvino del 1963, si svolge in una camerata del Cottolengo occupata da degenti fra i più gravi, occasionalmente trasformata in “seggio mobile” per le elezioni politiche nelle quali il protagonista del racconto, Amerigo, è scrutatore. Il tema polemico è la deplorevole abitudine di permettere il voto (per tramite delle suore assistenti) a malati chiaramente incapaci di intendere e di volere. Ma alla scena principale Calvino intreccia, nel XII capitolo, un quadro “secondario”, questo.

“[…]Un letto alla fine della corsia era vuoto e rifatto; il suo occupante, forse già in convalescenza, era seduto su una seggiola da una parte del letto, vestito d’un pigiama di lana con sopra una giacca, e seduto dall’altra parte del letto era un vecchio col cappello, certamente suo padre, venuto quella domenica in visita. Il figlio era un giovanotto, deficiente, di statura normale ma in qualche modo – pareva – rattrappito nei movimenti. Il padre schiacciava al figlio delle mandorle, e gliele passava attraverso al letto, e il figlio le prendeva e lentamente portava alla bocca. E il padre lo guardava masticare. […]

calvino
Manifesti elettorali – Foto da wikipedia

Il protagonista è fulminato da tale visione che lo apre a pensieri nuovi, fino ad allora inimmaginabili  e lontani dalla ragione della sua presenza in quel luogo. (lui, militante comunista, era lì per evitare che tutti i voti dei deficienti e dei disabili andassero alla Democrazia Cristiana)  […] “Amerigo allora continuava a guardare” “teneva lo sguardo su di loro”. Comincia in lui, così, l’atroce battaglia fra quello che sta guardando e le idee che ha in testa: da un lato c’è quello che lui vede essere e dall’altro “un discorso sulla società come avrebbe dovuto essere secondo lui”.

Amerigo non “trovava parole” per descrivere il fatto imprevisto che aveva davanti, che aveva mandato all’aria tutte le sue idee, tutti i suoi propositi politici e ideologici di come sarebbe dovuta andare la società. Quella presenza lo rodeva, una presenza così diversa da tutte le sue analisi, così potente rispetto ai dover fare e ai dover essere che impallidiscono. Ciò che in quel momento gli stava più a cuore era “la presenza di quel contadino e suo figlio, che gli indicavano un territorio per lui sconosciuto”

Vaclav Havel, leader del movimento “dissidente” in Cecoslovacchia negli anni della Primavera di Praga del ’68, autore del documento dissidente di Charta 77 e poi presidente cecoslovacco nel 1990 e nel 2003, trova, secondo me, le parole più adeguate per descrivere l’avvenimento accaduto al personaggio della penna di Calvino. Nel suo quanto mai attuale lavoro del 1977, “Il potere dei senza potere”, analizzando la situazione politica, sociale e culturale dei suoi anni e della sua terra, schiava del sistema sovietico, afferma con forza “che un cambiamento in meglio delle strutture che sia reale, profondo e stabile non può partire dall’affermarsi dell’una o dell’altra concezione politica basata su idee politiche tradizionali e alla fin fine solo esteriori, ma dovrà partire, più che mai e più che altrove dall’uomo, dall’esistenza dell’uomo, dalla sostanziale ricostituzione della sua posizione nel mondo, del suo rapporto con stesso, con gli altri, con l’universo”.

Ma attenzione: questo vale non solo per i sistemi totalitari o post totalitari, ma anche per le democrazie occidentali, figlie del razionalismo, del positivismo e dello scientismo ottocentesco, in cui in maniera subdola è ancora presente quella che il filosofo ceco Belohradsky definiva “escatologia dell’impersonalità”, fatta passare per il bene del paese e del  raggiungimento del benessere. Che si tratti di burocrate orientale o di un manager occidentale, sono parole, queste, che magari che fanno parte del nostro linguaggio, che addirittura possono fare scena in un consesso politico, ma che in realtà non diventano il punto di partenza reale da cui fare politica.

Ancora Havel scriveva: “oggi più che mai, la nascita di un modello economico e politico migliore deve prendere le mosse da un più profondo cambiamento esistenziale della società […] è qualcosa che si può configurare solo come espressione di una vita che cambia e non il contrario, ossia un sistema migliore per una vita migliore”. E’, quella del sistema perfetto, un’illusione che ormai le nuove generazioni cominciano a perdere, sfiduciati e sempre più distanti da una prospettiva universale dei problemi, ripiegati nell’angustia dell’interesse personale.

Immaginiamo che il nostro Amerigo accogliesse la sfida di quella presenza imponente e rischiasse di entrare in quel territorio sconosciuto, si facesse travolgere da quel fatto essenziale… E’ forse qualcosa di pre-politico, potrà sembrare “ansiolitico”, forse, invece, è ciò che di più politico possa esistere.

Andrea Borraccia 

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